«Non distruggiamo la bidonville di Calais!»

Tratto da Le Monde, 14 febbraio 2016

di Michel Agier

antropologo, direttore di ricerca all’EHESS e all’IRD, ha pubblicato La Condition cosmopolite (2013), ha curato Un monde de camps (2014). È tra i firmatari della petizione internazionale contro la distruzione della bidonville di Calais.

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Foto: Calais, Sara Prestianni. Un suo nuovo reportage fotografico su Calais sarà on line il 25 febbraio su https://www.flickr.com/photos/saraprestianni/

Dopo aver riunito, nell’aprile del 2015, i migranti di Calais nell’unico luogo dove erano «tollerati», una zona acquitrinosa situata a 7 km dalla città, creando così un vero e proprio campo di raggruppamento nelle peggiori condizioni sanitarie; dopo che gli occupanti, con l’aiuto di associazioni locali e con il sostegno individuale di cittadini europei, hanno tentato di farne un luogo vivibile, rendendo meno precari i loro ripari, costruendo luoghi di culto, di incontro, di formazione, di cultura; dopo aver installato dei container su una parte dell’area, preventivamente spianata, per alloggiare 1500 persone; il governo ha iniziato a radere al suolo con i bulldozer tutto quello che rimane intorno ai suddetti container: la «bidonville», dove vivono circa altri 3000 migranti, e le prime tracce di socializzazione in questo luogo improbabile. Tutto deve sparire entro il 1 marzo.

Quello che rimarrà, il campo di container, è posto sotto stretta sorveglianza delle forze dell’ordine. In questo modo, il governo vuole dare l’impressione di essere animato da una doppia preoccupazione, sicuritaria e umanitaria, secondo una strategia di bilanciamento sinistra-destra che finirà per rovinare la vita dei migranti come degli abitanti di Calais. Di fatto, esso non fa che riprodurre uno scenario visto altrove, nei paesi del sud, e denota l’incapacità delle nostre elites nazionali di capire la mobilità umana.

Concatenazione di violenze

Assistiamo così, a Calais e nella regione, nell’arco di qualche mese, a una concatenazione di violenze che nei campi di rifugiati e di profughi dei paesi del sud si materializza spesso nel corso di diversi anni. C’è la violenza delle partenze, in contesti che qui noi fatichiamo a immaginare veramente, se non ci rendiamo conto che il terrore del 13 novembre a Parigi ci ha un po’ avvicinati a quello che vivono gli abitanti di un mondo sconvolto, della periferia sud di Beirut, di Bamako, di Ankara, Aleppo, di Kabul, Maiduguri o Juba. C’è la successione delle tappe violente di tragitti e passaggi di frontiera che l’ostinazione sicuritaria della maggior parte degli Stati rende sempre più pericolose e spesso fatali. Su questi percorsi, i luoghi di raggruppamento – accampamenti, campi, «hot spots», centri di detenzione – si sono moltiplicati.

Alla frontiera turco-siriana, sulle isole greche, in Macedonia, in Ungheria, a Lampedusa o a Malta, a Ventimiglia o a Calais, la produzione di campi è la soluzione, apparentemente sicuritaria più che umanitaria, adottata dalla maggior parte dei governi. Ci si rende conto così che i campi e gli accampamenti non sono (non sono più) delle realtà confinate in regioni lontane di paesi del «sud» né del passato, ma che sono al contrario dei luoghi di oggi, dove vivono milioni di nostri contemporanei. Alcuni, un numero infimo comparato a questi movimenti, hanno trovato al termine del viaggio il blocco alla frontiera britannica «esternalizzata» in Francia, nel porto di Calais. E poi la violenza del trasferimento forzato e il confinamento nel campo – un raggruppamento deciso dallo Stato, bisogna ripeterlo, e non un accampamento «auto stabilito» dagli stessi migranti.

L’operazione ha separato i migranti dalla città e dai suoi abitanti, una parte dei quali, raccolti in associazioni, voleva continuare ad aiutarli, mentre lo Stato pretendeva, con questa misura di allontanamento, di metterli al riparo da una presenza straniera colpevole. Tuttavia, la solidarietà che ha continuato a manifestarsi malgrado l’inasprimento della situazione ha cambiato le carte in tavola e ha fatto fallire il tentativo del governo di far dimenticare Calais. Come in tutti i campi di profughi e di rifugiati nel mondo, in condizioni di isolamento o di confino all’aria aperta che possono essere più severe che a Calais, si stabiliscono delle relazioni con gli abitanti dei paesi e delle città vicine: a volte sono relazioni economiche, di lavoro, ma anche di amicizia, di apprendimento, di scoperte reciproche, e questo ovviamente non esclude i conflitti.

Scambi con gli abitanti

Le socialità si incrociano, si cercano, si ricompongono, sono cosmopolite di fatto, mobilizzano traduttori e mediatori. A Calais, questo principio di relazione, che fonda e rinnova senza sosta tutta la società, non ha completamente ceduto davanti al principio di separazione ufficialmente imposto dal governo. Al contrario, nuove forme di impegno si sono manifestate contro questa forma di disumanizzazione generata dalla produzione di campi. E ora c’è la violenza di un ulteriore trasferimento a causa della distruzione di un luogo che iniziava adesso ad essere «abitato» da coloro i quali vi erano stati installati con la forza.

Perché nel campo-bidonville di Calais, in questi mesi, si sono succeduti fenomeni, certamente minori ma assolutamente reali, di organizzazione dello spazio, di socializzazione, di scambi con gli abitanti, e di politicizzazione degli occupanti, che si ritrovano in generali nei campi contemporanei, dove questi diversi elementi impiegano tuttavia più tempo a svilupparsi, perché più grande è l’isolamento e le risorse sono meno numerose. La politicizzazione dei migranti di questi tempi è generalmente minimizzata in Europa, a vantaggio di narrazioni che mettono in risalto piuttosto le figure più attese della vittima o del delinquente, della paura o della compassione. Tuttavia, a Calais come a Ventimiglia, in Turchia o in Grecia, i migranti bloccati alle frontiere e confinati nei campi sono portatori di veri discorsi politici, si politicizzano contro ciò che appare loro come un’ingiustizia, una violenza, e che può essere enunciato nei termini di un conflitto, di cui i diritti umani costituiscono il linguaggio – con parole come libertà, rispetto, umanità.

Questo linguaggio è il linguaggio comune, universale, della politica. È per questo motivo che l’occupazione del traghetto Spirit of Britain del 22 gennaio da parte di decine di migranti è stato un gesto politico e non l’azione di disperati o delinquenti. Ed è per questo che sarebbe importante che il mondo politico riconoscesse l’esistenza, a Calais e alle frontiere in generale, di una scena politica che richiede solidarietà e negoziazione, e non solamente interventi umanitari e polizieschi, che chiamano alla compassione, all’indignazione o al rifiuto.

I campi o l’ospitalità, abbiamo sempre la scelta

I campi, che rappresentano l’immobilizzazione di persone mobili, continueranno a svilupparsi, perché i mezzi e le ragioni della migrazione non si esauriranno, finché un’alternativa ai campi non sarà ascoltata e presa in considerazione. Bisogna saper separare il principio umanitario – il salvataggio, l’assistenza – dal suo eterno corollario sicuritario – la separazione, la selezione, il campo.

L’altra soluzione che può essere difesa al posto dei campi è l’ospitalità. Essa può essere privata: è una forma che si è sviluppata in questi ultimi anni, con l’accoglienza a domicilio dei migranti da parte di privati, come è accaduto col programma «Welcome» del Jesuit Refugee Service a partire dal 2011, e più recentemente con l’accoglienza di rifugiati presso dei privati con l’intermediazione di siti internet, come per esempio CALM1 dal 2015.

In numerosi paesi europei, delle associazioni sostengono le iniziative private di accoglienza che si oppongono ai discorsi sicuritari dei loro governi, come in Danimarca con l’associazione Venligboerne («abitanti amichevoli»). Ma l’ospitalità può anche essere pubblica, ed è là che la differenza tra l’accoglienza e la produzione di campi deve essere messa in evidenza. Esistono delle soluzioni, per esempio – per citare solo quelle già esistenti – come le «case di migranti» o «case di rifugiati», dove l’ospitalità si fa senza condizioni di statuto giuridico o di nazionalità, in un reale percorso di mobilità. Questi spazi possono essere oggetto di negoziazioni tra i rappresentanti dei migranti, il mondo associativo e i poteri locali.

Situazioni confuse e ansiogene

Abbiamo anche esempi di ospitalità pubblica, con programmi che si trovano in alcune capitali europee, in paesi e piccole città, dove delle associazioni e dei comuni preparano l’accoglienza attraverso il recupero legale degli alloggi vacanti e l’organizzazione di luoghi aperti di ospitalità, ma queste iniziative locali in Francia non sono sostenute dal governo. Dei luoghi preparati e aperti per l’accoglienza rimangono vuoti!

Tutte queste forme si basano su un principio universale, a fondamento di tutte le società e di tutte le identità: quello della relazione – ciò che l’accoglienza mette realmente in pratica – invece della separazione che il campo e i muri realizzano. L’ospitalità degli individui e della società è la sola risposta realista all’attuale profusione di campi per migranti. Permetterebbe di uscire da situazioni confuse e ansiogene create per mancanza di ospitalità, che producono la figura spaventosa dell’indesiderabile, alimentando in questo modo la paura e il rifiuto dell’altro. Certo, questo richiede organizzazione, mezzi, una certa urgenza e un minimo di durata.

Nell’immediato, richiede di interrompere la distruzione della «bidonville» di Calais finché non saranno create delle soluzioni di accoglienza. Ma questo richiede soprattutto una volontà politica: tra i campi e l’ospitalità, abbiamo la scelta. «Speriamo da una nuova figura della città ciò che quasi rinunciamo ad attenderci dallo Stato»2 dichiarava il filosofo Jacques Derrida davanti al primo congresso delle città rifugio nel 1996. Di fronte a un governo incapace di costruire un pensiero politico inclusivo al di là dei barometri pre-elettorali, dovremmo guardare alle città e alla loro capacità autonoma di organizzare, senza aspettare, questa indispensabile ospitalità.

Il testo originale : http://www.lemonde.fr/idees/article/2016/02/14/ne-detruisons-pas-le-bidonville-de-calais_4865067_3232.html

2Cosmopoliti di tutti i paesi ancora uno sforzo! Cronopio, Napoli, 1997

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