“No fingerprints, we want to move”: la lotta a oltranza dei migranti a Lampedusa contro la trappola di Dublino e il sistema Hot Spot (di A. Sciurba e M. Tazzioli)

17 dicembre del 2015 – è mattina presto quando circa 250 migranti in gran parte eritrei, ma anche somali e sudanesi, si ritrovano sul sagrato della Chiesa principale di Lampedusa. Sono donne e uomini, e poi molti bambini e minori non accompagnati.

Iniziano a sfilare lungo il Corso del paese, urlando in coro all’unisono: “no finger prints, out of the camp. Give us freedom”. Nelle loro mani dei cartelli con su scritto: “UN Stop, we want freedom, we are refugees, respect our rights” e ancora “no finger prints”.

La manifestazione è pacifica, si conclude in un presidio davanti al Comune di Lampedusa, dove i migranti chiedono di parlare con il Sindaco Giusi Nicolini, prima di rientrare di loro spontanea volontà nel Centro di Contrada Imbriacola, da Settembre del 2015 formalmente trasformato in un Hot Spot. Qui gli ufficiali di Frontex monitorano che le autorità italiane provvedano a prendere le impronte a tutti i migranti appena arrivati.

5 e 6 gennaio 2016 – sullo stesso sagrato della stessa chiesa, per due giorni e una notte, le stesse persone ancora a gridare le stesse parole, che più che rivendicazioni sanciscono un rifiuto (no impronte) e, al contempo, affermano il diritto alla libertà di movimento : “no  finger prints, freedom, we want to move”. Di nuovo un corteo pacifico. Di nuovo troppo poco risalto mediatico, ma stavolta la presa di posizione della sindaca Nicolini e qualche articolo di giornale in più.

Il 9 gennaio, mentre scriviamo, il primo gruppo di circa 50 migranti viene finalmente trasferito da Lampedusa a Porto Empedocle per essere poi portato nell’Hub di Siculiana, in Sicilia. Al momento almeno alcuni di loro hanno vinto (non è dato sapere esattamente quanti): hanno lasciato l’hot spot di contrada Imbriacola senza essere stati identificati. Ma cosa accadrà adesso, se e dove e con quali modalità verranno loro prese le impronte, se la loro lotta verrà ancora più silenziata dal fatto di essere stati separati in gruppi più piccoli (e con quale criterio sia avvenuta questa separazione), è tutto ancora da verificare.

Chi sono questi migranti? A che cosa si stanno opponendo? Cosa significa la loro battaglia?

I profughi di questa protesta sono quelli che, nel triage previsto dal sistema hot spot in via di sperimentazione a Lampedusa come a Trapani, sono stati considerati potenziali richiedenti asilo, e quindi ‘meritevoli’ di accedere alle procedure di richiesta di protezione internazionale e, stando alle nuove linee guida dell’Unione europea, ricollocabili in altri paesi dell’UE.

Secondo le nuove pratiche di partizione e governo dei migranti che raggiungono l’Europa dal Mediterraneo centrale, quindi, queste persone sarebbero in qualche modo ‘privilegiate’: la linea del colore, per come è declinata in questo momento, vede gli eritrei, insieme agli altri profughi del Corno d’Africa e a una minoranza di africani subsahariani come i sudanesi, tra le nazionalità a cui viene concesso il diritto di chiedere asilo. Tutti gli altri, nel giro di pochi giorni, vengono invece esclusi dalle procedure, e abbandonati sul territorio italiano con in mano solo un decreto di respingimento differito che li renderà irregolari nel giro di 7 giorni.

Dagli ultimi mesi del 2015 è questa la procedura attuata rispetto ai migranti intercettati in mare e portati nei porti siciliani: sommariamente, in pochissimo tempo, le persone da respingere, definite “migranti economici”, vengono separate da quelle da accogliere, categorizzate come “richiedenti asilo”.

E in quest’ultima categoria, nella roulette russa di queste partizioni escludenti, rientrano i migranti in protesta negli ultimi mesi sull’isola di Lampedusa. Tutto il personale operante nell’hot spot dell’isola ha cercato di convincerli proprio di questo: loro sono i fortunati, i ricollocabili, a patto che si facciano prendere le impronte digitali lasciandosi identificare e inserire nel sistema Eurodac.

Ma dall’avvio dei cosiddetti ricollocamenti, e si tratta ormai di mesi, appena 190 profughi sono stati trasferiti dall’Italia in altri paesi d’Europa. Tutte le altre migliaia di persone sono rimaste ancora una volta imbrigliate nelle maglie del Regolamento Dublino, senza alcuna possibilità di ricongiungersi alle loro reti familiari e amicali, raggiungendo luoghi dove potrebbero più facilmente inserirsi grazie ai contatti che sono già in loro possesso.

E i profughi in protesta a Lampedusa conoscono questa realtà. Non si fidano degli agenti EASO (l’Ufficio Europeo di Supporto all’Asilo), vogliono poter scegliere almeno in parte il luogo in cui stare per costruire il proprio futuro, contro ogni riduzione del diritto d’asilo a un diritto minimo di assistenza che non implica alcuna libertà di autodeterminare il proprio percorso di vita.

Per questa ragione questi 250 migranti hanno resistito ostinatamente, dal 5 Novembre, data del loro arrivo sull’isola, ad oggi, al rilascio delle impronte, anche a costo di rimanere confinati su quella che per loro è divenuta una prigione a cielo aperto.

La loro battaglia è radicale, senza mezzi termini, mette in crisi le autorità competenti e evidenzia tutte le falle del sistema che l’Europa vuole porre in essere.

La radicalità sta nella loro richiesta e nella loro affermazione: libertà di movimento e di scelta e superamento di fatto dei principi di Dublino ben oltre ogni ipotesi di residuali ricollocamenti. Una richiesta che non è traducibile in questo momento nella difesa di un diritto sancito, e forse per questo fatica a incontrare un sostegno concreto anche da parte della politica e della società civile che ancora si espone e si mobilita contro le palesi violazioni dei diritti fondamentali.

L’impasse delle autorità competenti corrisponde al fatto che questi migranti, come già detto, sono stati selezionati come quelli da non clandestinizzare, a cui ‘concedere’ la possibilità di chiedere asilo, ora che questo diritto che dovrebbe essere soggettivo perfetto e universale viene invece ridotto a strumento di esclusione discriminatoria.  E proprio loro si ribellano, inceppano il sistema, si rifiutano di stare all’interno dei suoi ingranaggi e dei canali selettivi di mobilità previsti. E quindi su di loro si sperimenta una nuova reazione punitiva ibrida di confinamento senza detenzione, di invisibilizzazione fino allo sfinimento, finché non cederanno e rientreranno nei ranghi, accettando che le loro impronte finiscano in Eurodac.

E quando lo faranno, se così andrà, con la fine della loro battaglia si sarà persa una grande occasione collettiva di messa in crisi del meccanismo di Dublino e del sistema degli Hot Spot ad oggi in costruzione. Perché questa protesta ha coinciso con una fase di sperimentazione quasi occulta di pratiche che sanciscono definitivamente la fine dell’approccio umanitario alle migrazioni che aveva segnato i primi anni della cosiddetta ‘refugees crisis’, a partire dal lancio di Mare Nostrum. Un approccio che, per quanto ambiguo e intriso di ipocrisie, da un lato presentava le persone in fuga da guerre come vite da salvare, seppur in mare, e, dall’altro, aveva sollevato nell’opinione pubblica la consapevolezza dell’atrocità dei conflitti e delle violenze da cui provengono la maggior parte dei migranti contemporanei. La sua conversione in un assoluto regime poliziesco, cui gli attori dell’umanitario a partire dall’UNHCR collaborano attivamente, sta distruggendo quel che restava dell’asilo politico come diritto di accesso ai diritti. Questo processo sta altresì provocando l’illegalizzazione di massa, e la relativa criminalizzazione di migliaia e migliaia di migranti inopinatamente esclusi dall’accesso all’asilo, rinfocolando anche le retoriche razziste che sempre più equiparano migrazioni e potenziali pericoli terroristici, anche nel caso dei profughi di guerra che fuggono dalle stesse violenze che l’Europa formalmente condanna.

Cogliere la radicalità della battaglia dei migranti di Lampedusa per la loro libertà di scelta significa leggerla in relazione a queste trasformazioni in corso.

Supportarla significa portare le nostre mobilitazioni e rivendicazioni oltre l’importante opposizione alle violazioni che si possono contrastare intervenendo sul piano giuridico.

In un momento difficile, in cui poche voci pubbliche hanno il coraggio di rimanere fedeli anche a quei principi di libertà e giustizia che sono stati parole d’ordine di battaglie decennali, la lotta di Lampedusa ci interroga quindi profondamente sul tipo di critica e di azione che siamo ancora in grado di sostenere.

Sostenere la radicalità delle rivendicazioni dei migranti di Lampedusa significa non accettare la lotta al ribasso che la retorica dell’umanitario da un lato, ridotto a diritto a non morire, e i meccanismi di illegalizzazione agiti dall’UE dall’altro, hanno finito per imporre nelle campagne politiche contro il regime europeo dei confini e dei visti.

 

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