Benvenuti all’ex CIE di Bologna. Appunti per una biopolitica dell’emergenza della mobilità (di Gabriele Morelli)

«Sembra una prigione», dice un ragazzo del centro di via Mattei. Già, perché lo è.
Si tratta infatti dell’ex C.I.E. di Bologna, una struttura di detenzione amministrativa, secondo l’espressione neutra e depoliticizzata del linguaggio giuridico-burocratico (di fatto una prigione per migranti), utilizzata fino al 2013 per rinchiudere ed espellere i cosiddetti “immigrati irregolari”. Dopo una serie di lotte e decisioni politiche il C.I.E. viene definitivamente chiuso per essere poi riconvertito in centro regionale di “smistamento” per richiedenti asilo, in funzione dal luglio 2014. Nonostante la chiusura di un luogo di detenzione per migranti sia un fatto in sé positivo non si può certo credere che abbia esaurito la politicità della questione in gioco, a Bologna come altrove. Questo “nuovo” spazio per il governo della mobilità risulta oggi particolarmente interessante non solo perché costituisce il primo esempio di questo tipo in Italia, ma anche perché su di esso si condenseranno inevitabilmente gli effetti dei mutamenti in corso nel diritto di asilo e delle migrazioni in Europa.

Ma andiamo con ordine.
Non essendo più una struttura con funzioni detentive, i migranti possono ovviamente entrare ed uscire liberamente dal centro, pur rispettando alcune regole. Ciò nonostante, la prima considerazione che viene naturale è come sia possibile utilizzare uno spazio architettonicamente pensato per la detenzione, lontano dal centro, anonimo, completamente attraversato da inferriate, per “accogliere” dei richiedenti asilo, cioè per sostenere i loro bisogni materiali e immateriali in rapporto dinamico con il territorio. Evidentemente ciò non è possibile.
Il fatto che sia un centro di “smistamento” dove i migranti si fermano per poco tempo prima di essere inviati presso altre strutture di cosiddetta seconda accoglienza, non giustifica in nessun modo l’utilizzo di un luogo per eccellenza disciplinare (in senso foucaultiano). Di fatto, se la permanenza dovrebbe aggirarsi intorno a un mese spesso si protrae per due o tre mesi, e nei casi di nuclei e minori non accompagnati aumenta ancora poiché non ci sono posti disponibili nelle strutture esistenti. In effetti, entrando dentro le logiche del centro di accoglienza, ci si accorge subito della peculiarità del luogo in cui ci si trova, dove l’elemento coattivo dello Stato è presente insieme con la sua dimensione di «presa in carico della vita», dove organizzazioni del privato sociale si mescolano alla presenza della polizia e dei medici; insomma, un luogo ambiguo dove sovranità e governamentalità si intrecciano ridefinendo lo spazio del politico cui eravamo abituati.

Vediamo dunque di capire come funziona concretamente l’hub di Bologna.

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di Gabriele Morelli, Sportello Migranti TPO

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