É stato un attimo? Prove di lettura dell’Estate del 2015 (di Alessandra Sciurba)

C’è stato un attimo, in questa lunga estate del 2015, in cui è sembrato che un certo cambio di orientamento si fosse preso il palco. Lo spettacolo delle migrazioni e delle politiche della migrazione aveva come cambiato registro. L’immagine del piccolo Aylan, riverso su quella spiaggia turca che insieme alla sua famiglia aveva cercato di lasciarsi alle spalle, era diventata la scena centrale che separa due atti. Il primo era quello degli assalti fascisti (o leghisti guardando all’Italia), nel contesto balbuziente di capi di stato europei in confusione apparente. Il secondo è stato quello dell’inno alla gioia nelle stazioni tedesche, della commozione diffusa, della presa di coscienza dichiarata dell’insostenibilità della violenza crescente, alle frontiere come nei territori nazionali. Orban e il suo muro sembravano isolati di fronte alla potenza della marcia di migliaia di profughi sulle autostrade d’Europa. Salvini era tornato a parlare di Legge Fornero e del sindaco di Roma.

Ma è stato, appunto, un attimo. L’apice della strumentalizzazione della retorica umanitaria, con le operazioni militari del Mediterraneo ribattezzate col nome di una bimba nata a bordo di una delle navi dispiegate in mare, Sofia, si è immediatamente tradotto in un repentino cambio di rotta. Verso una fase diversa, ma al contempo in piena continuità coi dispositivi che sotto traccia non avevano mai smesso di essere implementati.
Il tema adesso sembra essere il seguente: come fare a clandestinizzare una massa di profughi in fuga, così diversa da quella dei migranti dei decenni passati che erano tanto più facili da fare rientrare nella categoria delle migrazioni economiche?

Da un lato la retorica vittimizzante dell’umanitarismo serve ancora, adesso più che mai, come risulta evidente leggendo la nota del Consiglio europeo che lancia la Conferenza sulle Migrazioni dell’11 e del 12 Novembre prossimo a La Valletta (sede dell’EAS, il sistema europeo di asilo). L’introduzione apre con quello che viene definito l’ ‘incidente’ del 19 Aprile del 2015, dove ‘centinaia di migranti, ancora una volta, hanno perso la vita’. Eventi come questo, si legge, chiamano l’Unione Europea ‘a un’azione immediata’, che deve concretizzarsi attraverso il raggiungimento di una serie di obiettivi: Il rafforzamento della presenza in mare; La lotta contro smugglers e trafficanti; La prevenzione dei flussi migratori irregolari; Il rafforzamento della responsabilità e della solidarietà interna.
Come se si potesse affrontare la sfida epocale delle migrazioni contemporanee colpendo i trafficanti e ‘prevenendo’ i flussi irregolari. E con queste premesse, l’accenno al rafforzamento della responsabilità e della solidarietà tra gli stati membri risulta quanto mai inquietante.

Faticoso ma necessario ripetere ancora che il maggiore alleato dei trafficanti e dei passeurs sono le politiche migratorie di formale chiusura delle frontiere europee. Che, a fronte del sistema dei visti, tutti i profughi e i migranti in movimento verso l’Europa sono forzatamente ‘irregolari’. Che l’unico modo di smantellare il trafficking e lo smuggling e di evitare le morti e i naufragi è quello di aprire canali di arrivo sicuro, tramite le ambasciate dei paesi europei nelle zone limitrofe a quelle di conflitto. Solo così le persone arriverebbero integre, con i loro soldi ancora in tasca, e per di più assolutamente identificate. Ciò presupporrebbe, ovviamente, il fatto di superare definitivamente i principi di Dublino, e di predisporre un vero sistema di asilo europeo che non sia, come è di fatto adesso, uno strumento meramente gestionale e di controllo.
Si tratterebbe di un’operazione a costo zero, a differenza di tutte quelle umanitarie-militari che affollano le frontiere ormai da anni. Un’operazione in fondo semplice, estremamente razionale, e però rivoluzionaria proprio per questo, a fronte dell’ipocrita caos che caratterizza la gestione delle migrazioni e dell’asilo in Europa.

E invece no. Dopo quell’attimo di apparente spaesamento istituzionale di fronte alla doppia immagine del corpo di Aylan e della marcia dei migranti, si stanno delineando percorsi esattamente opposti.
Da un lato, la strumentale lotta ai trafficanti con l’umanitario fine di evitare le morti in mare, si sta traducendo nell’implementazione dei processi di cooperazione coi paesi di origine e di transito dei profughi, a partire dal Processo di Khartoum, che vede sedere allo stesso tavolo le istituzioni della democratica Unione europea, le principali organizzazioni internazionali che hanno mandato sulle migrazioni, come l’UNHCR e l’IOM, e i rappresentati di efferate dittature come quella eritrea o quella sudanese. Come a dire: per evitare che i profughi si mettano in movimento rischiando la loro vita, provo a capire quali dispositivi di contenimento a monte possono essere attuati, anche facendo accordi con chi è diretta causa della fuga di queste persone: quel che accadrà, in fondo, resterà distante dagli occhi europei e del resto del mondo occidentale. Strumenti più raffinati per riaffermare prassi simili a quelle messe in campo da governi molto più grezzi ma almeno più onesti come quello di Maroni che attuò i respingimenti di massa verso la Libia tra il 2009 e il 2010, mandando verso la morte e la tortura migliaia di persone, apertamente, in nome della sicurezza dei confini nazionali.
In questo senso la conferenza de La Valletta, come nel 2014 quella di Roma, sarà una tappa fondamentale di questo processo quanto mai ambiguo, che copre interessi e contrattazioni che mai verranno formalmente dichiarate, che riguardano ben altri movimenti che attraversano il Mediterraneo in questi anni, da quelli militari a quelli commerciali e logistici (che spesso si sovrappongono tra loro).

E poi, dall’altro lato lato, la rinnovata retorica che distingue i ‘falsi’ dai ‘veri’ rifugiati in nome della possibilità, ancora una volta tutta ‘umanitaria’, di offrire una reale protezione a questi ultimi. E da qui i proclami che annunciano 400.000 deportazioni di ‘falsi’ profughi verso i loro paesi di origine, legittimati dalla stesura di una sempre rinnovata lista di ‘paesi terzi sicuri’ in cui le persone potrebbero essere tranquillamente rimandate senza alcuna infrazione del principio di ‘non refoulement’ (art. 33 della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato).
E per dare credibilità a questi proclami, la fretta di avviare l’ormai famoso sistema di ‘hot spot’ che l’Italia dovrebbe mettere in campo e che al momento ha visto solo una formale trasformazione dello status del centro di Contrada Imbriacola, a Lampedusa. Questi luoghi dovrebbero svolgere, in primo luogo, l’azione spettacolarizzata di redistribuzione dei ‘veri’ rifugiati tra i paesi membri, come è accaduto con il primo volo di Ottobre che ha condotto 19 eritrei dall’isola di Lampedusa alla Svezia. E al contempo, con cifre ben più rilevanti, questi luoghi dovrebbero rivestire la funzione, ancora spettacolare, di prigioni pre-rimpatri per i ‘falsi rifugiati’ che saranno definiti tali attraverso procedure quanto mai sbrigative e collettive, fondate innanzitutto, come già detto, sul principio dei paesi di origine considerati ‘sicuri’.

Al di là dello svuotamento del diritto d’asilo come diritto soggettivo perfetto, diritto umano fondamentale perché simbolico e concretissimo accesso a tutti gli altri diritti per le persone senza stato, l’effetto più evidente di queste politiche sarà un ritorno all’indietro su nuova scala. Mi spiego: per decenni il sistema delle frontiere e dei visti è nei fatti, innegabilmente servito non a bloccare le migrazioni ma ad assorbirle nei territori europei attraverso quei meccanismi di inclusione differenziale che Sandro Mezzadra aveva iniziato a descrivere già dalla fine degli anni Novanta. Persone a diritti ridotti, da inserire a scopi di sfruttamento economico e demagogico-politico all’interno delle società di arrivo. Dopo un momento di deterioramento di questo dispositivo a causa della crisi economica che ha veramente fatto decrescere l’ingresso dei migranti in Europa del 20% circa dal 2008 al 2012, ecco che le nuove migrazioni della guerra sono un’occasione unica di rilancio. E qui si torna alla domanda già posta: come si può clandestinizzare un profugo per riavviare il sistema di inclusione differenziale così indispensabile al funzionamento economico, ma anche sociale e politico, e in un certo modo di tenuta culturale dell’Europa?

Proclamate espulsioni ed esternalizzazioni dell’asilo, da un lato, che verranno implementate con estrema violenza ma solo parzialmente e in periodi di tempo limitati e, dall’altro, nuova criminalizzazione di coloro i quali verranno dichiarati non aventi diritto all’asilo: già centinaia di migliaia di persone nell’ultimo anno nei paesi che hanno accolto il maggior numero delle richieste di protezione internazionale. Alcuni di questi diniegati sono già pronti a farsi sfruttare per la raccolta delle olive, in questi giorni, nelle campagne di Alcamo, vicino Trapani, mentre tanti altri saranno in luoghi analoghi a svolgere attività simili in condizioni simili nel resto di Europa.

Peccato. Non solo per loro. In quell’attimo dell’inno alla gioia nelle stazioni tedesche, quando i telegiornali seguivano la marcia dei migranti affiancandola all’immagine del corpicino di Aylan sulla spiaggia, qualcosa era effettivamente successo. Nulla si era davvero incrinato dei disegni politici europei, che per quanto confusi hanno sempre seguito un orientamento preciso. Ma qualcosa di diverso, invece, era apparsa in maniera dirompente. Un’altra Europa. Quella di centinaia di persone che si mettono in macchina per portare dall’Ungheria all’Austria migliaia di profughi prima che la frontiera si chiuda. Quella della resistenza a Ventimiglia che ha avanzato dagli scogli di quel confine delle rivendicazioni politiche finalmente comprese e raccontate, almeno fino a un certo punto, per quelle che veramente erano e in tutta la loro forza. E reti cittadine e liste online di persone pronte ad accogliere in casa famiglie che non avevano mai visto. O turisti in Grecia rimasti ben oltre il tempo delle vacanze che avevano programmato per dare una mano ai profughi di Kos.
Un ‘Europa, questa, che non aveva bisogno della Merkel per esistere, che c’era ben prima di lei e che ci sarà certamente anche dopo. Ma un’Europa che in quei giorni ha potuto prendere voce e spazio, ha potuto mostrare una strada del tutto diversa da quella da sempre raccontata come l’unica possibile.

Peccato. Perché quell’Europa adesso sembra tornata a essere parte di una resistenza dalle armi spuntate, di un contro-discorso che fatica a emergere perché la dissimetria dei poteri è troppo forte.
Molti non si erano lasciati illudere neppure in quell’attimo, altri sono oggi più disorientati di prima. Ma esiste anche un’altra prospettiva da cui guardare a quanto è accaduto: quella di un conflitto che continua, che non si è mai fermato, che non può fermarsi. Incomprimibile e vero come la soggettività delle persone in movimento. Una soggettività priva di contraddizioni a fronte di quelle, laceranti, del potere. Un potere che cerca di inseguire e ri-governare i soggetti del conflitto, ma che lo fa costantemente riproponendo sempre le stesse categorie, le stesse dinamiche già vecchie, seppure su scala diversa e con nuove modalità. In questo senso, gli strumenti che la governance europea delle migrazioni sta adottando sono già in crisi e le si ritorceranno contro a stretto giro, a partire dallo strumento umanitario. L’uso dell’umanitario si scontra con la totale mancanza di prospettiva quando si siede al tavolo coi dittatori. Prima o poi ci si sbatte addosso, come è accaduto già tante e tante volte.
Mentre dalle lotte diffuse e sempre meno contenibili, dalle frontiere esplose del ‘dopo Lampedusa’, che hanno reso l’Europa attraversabile da ognuno dei lati della sua proclamata fortezza, emerge l’urgenza, e in parte si delinea la sostanza, di istituzioni veramente nuove, capaci di viaggiare su un terreno profondamente diverso, fuori da ogni dinamica già costituita. Come hanno fatto quelle auto austriache che rispondevano a una marcia disarmata e disarmante che ha lasciato senza parole e ha chiamato all’azione.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...