Dietro alle quinte dei muri di Orbàn, il confine ipocrita tra Croazia e Ungheria (di Neva Cocchi)

L’esperienza della Carovana Open Borders attraverso Slovenia e Croazia, alle soglie dell’Ungheria, offre nuovi spunti di riflessione per provare a decifrare la realtà multiforme del confine, realtà che lascia intravedere i tratti di un dispositivo in crisi.

Specialmente in questi ultimi anni, a partire dagli sconvolgimenti delle primavere arabe nell’aprile 2011, di confini ne abbiamo conosciuti tanti, e anche in questa recente testimonianza della rotta balcanica ci siamo trovati davanti una realtà nuova, sicuramente in divenire. Una realtà che ci ha emozionato, forse disorientato, ma che in ogni caso ci conferma l’ambigua gestione della frontiera da parte delle autorità coinvolte, indicando di fatto elementi di sconfitta del sistema di controllo, selezione ed esclusione che la frontiera tenta ti esercitare sulle persone.

Questa ambiguità si è materializzata davanti ai nostri occhi nei pressi di Botovo, nella campagna di mezzo tra Croazia e Ungheria, dove questi due paesi hanno concordato uno stratagemma per lasciare procedere i rifugiati siriani verso nord, di fatto aiutandoli a raggiungere la loro meta.

Siamo dietro alle quinte dei muri di Orban, e l’eco della sua propaganda razzista arriva attutito, infatti i migranti entrano eccome in Ungheria: non dal valico ufficiale, che resta sigillato dal filo spinato, ma da un sentiero di fango in mezzo alla boscaglia. Il passaggio è possibile grazie ad un partenariato triangolare tra le autorità serbe, croate e ungheresi. Nella zona di Tovarnik le prime caricano i rifugiati su treni speciali, le seconde li attendono a Botovo dove li scortano in mezzo alla campagna, e infine quelle ungheresi al di là del sentiero li caricano a loro volta su convogli speciali diretti in Austria.

Ogni palcoscenico ha il proprio back-stage, che abbiamo potuto conoscere grazie alla Open Borders Caravan: migliaia di siriani con bambini al seguito vengono in questi giorni fatti entrare dalla porta di servizio, senza rovinare l’effetto dei riflettori accesi sull’Ungheria impermeabile ai migranti. Nonostante i discorsi ufficiali che difendono i capisaldi del Trattato Europeo, il Regolamento di Dublino III viene scavalcato a piè pari perché inadeguato a rispondere alla complessità della realtà.

Non è ancora la conquista di una via di accesso autorizzata, poiché Ungheria e Croazia scaricano la responsabilità allo Stato Membro successivo, l’Austria, a cui toccherà decidere che fare. Eppure si è aperta una breccia, sicuramente fragile e precaria, che i siriani stanno allargando con i propri corpi anche per chi arriverà nei giorni successivi. Questa smagliatura nella politica di controllo delle frontiere dell’Unione va mantenuta aperta insieme ai rifugiati, perché è il segno evidente della crisi ormai consumata delle politiche europee, indisponibili a riconoscere il proprio fallimento e a formulare un progetto che includa chi cerca una alternativa a guerre, povertà, disuguaglianze.

Se ogni giorno le marce della dignità dei migranti denunciano la sconfitta dei presupposti di Schengen, come movimenti europei sappiamo che una sfida importante è anche quella di svelare l’ambigua inutilità delle ricette dell’UE, peraltro riunita in un permanente vertice “straordinario”.

Davanti al cammino di dignità e speranza di migliaia di cittadini siriani che rifiutano di restare vittime a vita, non è secondario il nostro impegno di smontare pezzo per pezzo l’ipocrisia delle misure su cui i capi degli Stati Membri tentano di trovare inutili accordi, anch’essi in evidente contraddizione con la realtà, o comunque già destinati a naufragare davanti alla Storia, basti pensare alle quote di ripartizione, alla distinzione tra migranti economici e rifugiati o ancora ai partenariati con regimi dittatoriali e liberticidi.

C’è poi una altro elemento che la vicenda di Botovo dovrebbe aiutare a squadernare, ed è la tenuta delle ipotesi nazionalistiche e xenofobe. Macinano consensi, come mostra anche l’esito delle elezioni amministrative austriache, ma proprio passando a migliaia ogni giorno sul territorio ungherese i siriani stanno smentendo la fattibilità dell’ipotesi di chiusura delle frontiere. Insieme ai rifugiati, e insieme ai cittadini europei che con azioni di “nuova cittadinanza” resistono alla forza escludente della crisi, è necessario mostrare che i muri di Orban, e di chiunque invochi diritti su base nazionale, sono solo fragili paraventi di carta velina.

Facciamoli cadere, giriamo i riflettori e investiamo di luce quella parte di Europa che ha già messo in moto il proprio processo di allargamento, non verso nuovi stati, ma verso nuovi cittadini!

Foto in copertina di Francesca Zanoni

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