Da Bologna a Roszke, sulla rotta di un’Europa al confine. Reportage dall’Ungheria

Percorrere i mille chilometri che da Bologna conducono alla frontiera serbo-ungarica di Roszke non significa muoversi verso i confini. Al contrario, scopriamo che sono i confini a venire verso di noi, perché i migranti se li portano addosso. La tratta a piedi o con i passeur, il filo spinato, la traversata dalla Turchia alla Grecia, le fughe nei campi di granoturco, le tendopoli improvvisate e i campi profughi disumani fanno parte di un’odissea che lascia tracce ovunque, su di loro e sul territorio.

È questo che ha reso straordinaria la prima tappa del nostro viaggio: da Vienna a Budapest abbiamo preso parte alla #RefugeeConvoy, una carovana di duecento auto convocata dai cittadini attraverso i social-network che sfidando le minacce di arresto del Presidente Viktor Orban, ha attraversato il confine austro-ungarico per dare un passaggio ai rifugiati verso le stazioni austriache da cui partivano i treni speciali verso Monaco. A Vienna alcuni siriani non credevano che il treno fosse davvero gratis e hanno comprato ugualmente il biglietto.

La missione della carovana è risultata un successo e i rifugiati hanno ricevuto i passaggi in auto: gli è stato scrollato di dosso un po’ di confine… Lo stesso Orban con una efficace operazione mediatica ha fatto sì che delle migliaia di migranti accampatisi alla stazione di Budapest, in condizioni più volte denunciate inaccettabili, ne rimanessero sotto i riflettori solo qualche decina, assistiti dai volontari. Basta questo ad un cronista italiano per commentare “l’Ungheria è tornata in Europa”, per altro dimenticando la politica xenofoba di militarizzazione delle frontiere intrapresa, ma se questo è successo, è grazie ai cittadini che ovunque in Ungheria stanno supportando i migranti in una lotta quotidiana per la vita. Infatti, la potenza visiva della marcia dei migranti via terra ha determinato una politicizzazione di un pezzo di società europea che va oltre la retorica umanitaria con cui si reagisce spesso alle tragedie del mediterraneo. Il trasporto illegale di migranti attraverso il confine ungherese organizzato dai cittadini viennesi spazza via ogni dubbio a riguardo: se il Regolamento di Dublino si sgretola e la contrattazione sulle quote di rifugiati appare scollegato dalla realtà materiale con cui ci si scontra al confine è perché c’è un’azione alternativa ai Vertici dei Ministri dell’Unione che sta già imponendo le basi di una nuova Europa.

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Scendendo centocinquanta chilometri verso la Serbia scopriamo un aspetto quantomeno raccapricciante della politica comunitaria di accoglienza.

Il principale campo profughi nella città di Roszke, ad un chilometro dalla frontiera, è stato istituito poche settimane fa. Dieci giorni fa è stato luogo di una rivolta che ha determinato duri scontri con la polizia. La testimonianza più evidente è un gruppo di operai che chiude un’enorme buca sotto le reti scavata dai migranti in rivolta. Il campo fungerebbe da “struttura di registrazione” da cui deve obbligatoriamente passare chi arriva nel paese per fare il colloquio e la domanda di asilo all’ufficio immigrazione. Il campo è recintato da doppie reti e dal filo spinato, ci sono dei teli che dovrebbero fungere da tende sotto i quali si dorme su tavole di legno, con spazi compartimentati ad hoc per impedire assembramenti di più di 40 persone. La dose di acqua, ci raccontano più voci, consiste in una bottiglietta da mezzo litro al giorno, da usare per bere e per lavarsi.

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Pochi giorni fa, il video in cui un elicottero “sgancia” sul campo i panini ha fatto il giro del mondo. Le donne con bambini rinunciano a bere per poter lavare i propri figli, non ci sono docce, né bagni chimici a sufficienza. La capienza dovrebbe essere di 800 persone, ma il campo ne contiene almeno 2000. Di fatto, è una struttura di contenimento gestita dalla polizia che non solo viola la dignità delle persone e i diritti umani fondamentali, ma si aggiunge al novero di quelle strutture in cui le procedure in materia di protezione internazionale sono del tutto incerte e arbitrarie e chi vi viene richiuso non ha nessuna garanzia rispetto ai propri diritti, non a caso Human Rights Watch e Amnesty International hanno denunciato questa pratica di detenzione come illegittima, soprattutto per quanto riguarda la presenza dei minori.

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Proseguendo sulla strada e imboccando un sentiero sterrato sorge invece il noto muro di filo spinato voluto dal Governo per marcare il confine con la Serbia. Seguendolo si giunge ad una interruzione che coincide con il passaggio della ferrovia. Quell’incrocio si presenta come un punto in cui confluiscono decine di rifugiati siriani che, disorientati, non sanno come avanzare nel proprio percorso. La Polizia è li a sorvegliarli con i cani al guinzaglio.

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Alcuni migranti ignorano la presenza del campo profughi, mentre altri vi sono stati già reclusi e successivamente ne sono stati cacciati fuori senza che sia stato dato loro quello che chiamano “il documento”, una sorta di Titolo di viaggio ungherese con cui attraversare i paesi europei. In un segmento di tre chilometri in piena campagna si consuma il loro spazio vitale, appaiono liberi ma di fatto sono reclusi in un recinto invisibile. Ci dicono che proseguendo ancora lungo la ferrovia, infatti, la polizia esercita un blocco di cui successivamente scopriremo la violenza.

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Tornando al campo di Roszke, assistiamo all’arrivo di decine di bus e camion-celle carichi di migranti, fatti salire a bordo in Serbia con l’inganno di un passaggio fino a Budapest. Sono siriani, afgani e bengalesi che, davanti al pericolo del “finger-printing”, decidono di ribellarsi al blocco della Polizia intenzionata a rinchiuderli nel campo, nonostante sia già saturo e sull’orlo dell’esplosione. Ma gli agenti ungheresi sono lì per eseguire l’ordine di rinchiudere tutte le persone all’interno del recinto, al prezzo di violente manganellate e gas urticante, poco importa se la folla sia composta in larga parte da bambini e neonati. Uno di loro cade dalle spalle del padre tra pianti, urla e terrore, mentre Milat, un signore siriano con cui facciamo conoscenza, grida “Questa è Guantanamo. Io non ci voglio entrare!”. Il campo non contiene tutti e il caotico ingresso determina una violenta separazione dei nuclei familiari. Jamal e le sue sorelle rimangono fuori, chiedono di potersi riunire ai familiari spinti dentro, le loro proteste sono ignorate, anzi, è meglio che si allontanino in fretta senza rompere troppo le scatole, gli viene detto. Di fatto l’unica alternativa è restare all’addiaccio sotto a una tenda recuperata nel tragitto.

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Durante la notte i tentativi di fuga dal campo saranno una scena ricorrente, così come la caccia ai migranti delle forze dell’ordine, ma la campagna ungherese anche alla luce del mattino appare tutta solcata dalle corse di chi fugge a quel tentativo tanto brutale quanto ingenuo di arrestare la marcia verso una nuova casa, in una nuova terra. Tra i girasoli, lungo la strada, ecco nuovamente la polizia ungherese, stavolta a bloccare il tragitto a piedi lungo la ferrovia, mentre in mezzo al granoturco, ancora in terra europea,  sorge un accampamento spontaneo di centinaia di persone circondate da cordoni di agenti. E’ il luogo in cui il giorno precedente la giornalista ungherese si è resa famosa per aver calciato e sgambettato i migranti che scappavano dalla polizia, per sottrarsi alla tortura di essere bloccati di giorno sotto il sole cocente, di notte sotto le stelle nel freddo, con la sola possibilità di assopirsi stremati a terra, mentre i tre dottori di Medici Senza Frontiere tentano di tamponare una situazione insostenibile.

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Sulla via del ritorno, un furgone che trasportava cinque persone è fermato dalla polizia, un blindato arriva a caricarle e a portarle via, i passeur finiscono in manette. In ogni stazione di benzina i passeur possono trovare cittadini siriani disposti a pagare cento o duecento euro per un passaggio fino a Budapest, un business su cui c’è concorrenza. Aarman e e i suoi familiari sono dodici, attendono in un distributore di benzina quelli che chiamano “taxi”. Ne servono due per caricali tutti, ma ne arrivano ben quattro a contendersi il lavoro. Il litigio rende nervosa l’atmosfera e le occhiate ostili in nostra direzione ci convincono ad andarcene per evitare problemi.

Il dibattito italiano sembra avere come focus l’emergere di una solidarietà che si esprime nell’accoglienza dei migranti in spazi diversi da quelli ad essa deputati (abitazioni private e parrocchie ne sono l’esempio).  Sono pratiche che hanno ancora più valore se vengono lette come una sottrazione di profitti a chi lucra sull’accoglienza, ma non sono le uniche. Organizzare un trasporto sicuro verso le destinazioni dei migranti restringe certamente il mercato dei trafficanti, ed è soprattutto il riconoscimento di un diritto fondamentale: la libertà di scelta.

Al ritorno nelle case occupate di Labas, ci arrivano due notizie che ci emozionano come se fossimo ancora lì: la prima è che Milat è a inviarci delle immagini esclusive dall’interno del campo in cui i migranti vengono costretti a supplicare acqua e pane. La seconda è un messaggio dall’infoline segreta della #RefugeeConvoy: i cittadini di Vienna stanno organizzando un altro convoglio.

Siamo certi che non sarà l’ultimo, che la lotta è appena cominciata.

Detjon, Francesca, Stefano – attivisti di TPO, Labas Occupato e ass. Ya Basta a Bologna

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