Dallo “sbarco” in banchina al mercato del sesso. (di Fulvio Vassallo Paleologo)

Se politiche e prassi istituzionali favoriscono la tratta invece di combatterla

Si continuano a registrare testimonianze di minori non accompagnati, in prevalenza ragazze di nazionalità nigeriana, che a pochi giorni di distanza dallo “sbarco” in Italia si allontanano (o vengono prelevate) dai centri di prima accoglienza e si ritrovano ai bordi di una strada costretti a prostituirsi. La maggior parte di loro, quando vengono avvicinate, negano di avere problemi o dichiarano addirittura di essere maggiorenni, ma è evidente la loro età adolescenziale, e la paura di ritorsioni per loro o per le loro famiglie in Nigeria. L’assenza di una rete diffusa di centri di primissima accoglienza, specializzati per fornire assistenza a questa particolare categorie di persone vulnerabili, rende spesso frustrante il lavoro delle unità di strada che, giorno dopo giorno, ritrovano le ragazze sempre allo stesso posto, esposte allo stesso sfruttamento, senza riuscire ad offrire possibili alternative.

Evidentemente le attività di monitoraggio al momento dello sbarco non riescono ad individuare immediatamente e ad offrire adeguata protezione ad un numero crescente di giovani che hanno già subito abusi di ogni genere nei paesi di transito, in particolare in Libia, e che una volta entrate in Italia sono abbandonate in strutture spesso prive persino del mediatore linguistico. Per non parlare della cronica mancanza di psicologi e di medici specializzati nella cura dei traumi da tortura e stupro. Alcune questure siciliane, inoltre, continuano ad adottare provvedimenti di respingimento nei confronti di ragazze e donne nigeriane appena arrivate in Italia, quando anche le minori dichiarano di essere maggiorenni,  che vengono quindi trasferite in centri di identificazione ed espulsione, soprattutto a Ponte Galeria (Roma). È qui che tali  provvedimenti vengono convalidati. Con il rischio per queste migranti di subire una successiva deportazione in Nigeria, senza avere avuto accesso alla procedura di asilo e senza neppure avere avuto la possibilità di impugnare il provvedimento di respingimento adottato da una questura lontana oltre mille chilometri dal luogo di trattenimento.

Secondo una inchiesta pubblicata da L’Espresso, nei primi cinque mesi del 2014 erano sbarcate in Italia 218 donne nigeriane, tutte giovanissime, 1400 in tutto l’anno. Nei primi cinque mesi del 2015 ne sono già arrivate 698, tre volte tante, più che in tutto il 2014. Secondo l’OIM, il 70 per cento delle ragazze che arrivano in Italia dalla Nigeria è destinata alla prostituzione. Ma molte di loro non accettano questa semplificazione e chiedono comunque rispetto per quella che avvertono talvolta come una scelta necessitata. Moltissime chiedono un’attività lavorativa, una qualche possibilità di inserimento e, quando questa prospettiva sfuma, anche se sono state precedentemente inserite in qualche percorso di protezione, tante ragazze decidono di abbandonarlo e spesso scompaiono di nuovo nel nulla. I contatti telefonici con qualche connazionale coinvolto nel traffico, del resto, non sono difficili.

Sempre più spesso nelle mani dei trafficanti cadono anche minori non accompagnati, che sono poi coloro che dopo lo sbarco tendono a scomparire più facilmente. Nell’ultimo anno si calcola che quasi la metà dei minori stranieri non accompagnati giunti in Italia si sia allontanato dalle strutture di prima accoglienza, si tratta di giovani tra i 14 ed i 17 anni, molte ragazze, tutti esposti al rischio dello sfruttamento e della violenza.

 Le politiche dell'asilo e dell' "accoglienza" che favoriscono  la tratta e lo sfruttamento

Mancano ancora protocolli certi che programmino le modalità della prima accoglienza subito dopo gli sbarchi, sempre più numerosi, che si verificano nei porti italiani. Anche se in termini assoluti l’aumento dei migranti che fanno ingresso dal mare sul territorio, rispetto al 2014, risulta poco rilevante, i centri di prima accoglienza – che lo scorso anno crescevano progressivamente di numero dopo il Piano nazionale adottato (solo) il 14 luglio 2014 – sono oggi perennemente ingolfati, soprattutto per l’opposizione dei presidenti di alcune regioni settentrionali ad accogliere i profughi nei centri di seconda accoglienza. Le Prefetture, dunque, sono costantemente alla ricerca di nuove strutture di prima accoglienza, offerta spesso da privati che non mettono a disposizione altro che un tetto ed un catering scadente che neppure tiene conto delle abitudini alimentari degli “ospiti”. Parlare in questa situazione di consulenza psicologica, individuazione dei soggetti vulnerabili, mediazione culturale ed assistenza legale, per non parlare dell’assistenza sanitaria, sembra quasi utopico. Di certo, subito dopo lo sbarco in Sicilia le ragazze trafficate possono essere facilmente raggiunte dai trafficanti prima che gli operatori istituzionali possano individuarle e trovare per loro immediati percorsi di protezione. In Sicilia, ad esempio, le organizzazioni umanitarie riescono a fare visite nei centri di prima accoglienza soltanto tre o quattro giorni dopo lo sbarco, lasciando quindi tempo alle organizzazioni criminali di contattare le giovani donne e di prospettare loro la possibilità, a volte costringendole a farlo, di lasciare la struttura per proseguire il viaggio verso mete nelle quali possono essere messe immediatamente sulla strada o negli altri luoghi, chiusi, nei quali si esercita la prostituzione.

Oggi questo mercato di esseri umani coinvolge sempre più donne richiedenti asilo, di diverse nazionalità, persone vulnerabili e spesso già oggetto di stupro nei paesi di transito, e anche per questo, maggiormente esposte al rischio di ulteriori violenze una volta entrate in Italia. Gli effetti perversi del Sistema Dublino colpiscono anche loro, perché per sfuggire alle sue maglie tante giovani, con il miraggio di raggiungere altri paesi europei, magari pochi giorni dopo lo sbarco, si allontanano senza farsi identificare.

Mentre tutta l’attenzione dei media si concentra sull’arresto di scafisti, spesso del tutto innocui perché reclutati tra gli stessi migranti forzati alla fuga dalle coste libiche, nessuno sembra interessarsi allo sfruttamento quotidiano ed alle violenze subite dalle giovani donne che passano direttamente dalle banchine  ai viali ed ai parchi nei quali vengono prostituite. Gli organizzatori di questo sfruttamento ed i vari intermediari vivono indisturbati sul nostro territorio e riescono ad esercitare un fortissimo potere di ricatto anche sui familiari delle ragazze, rimasti in Nigeria e negli altri paesi di origine. Le indagini, anche per questa ragione, dovrebbero prescindere dalle testimonianze dirette delle vittime e dare maggiore rilievo al ruolo di denuncia delle associazioni antitratta ed alle esperienze dirette che queste hanno maturato negli anni, con una conoscenza completa del territorio, restando compito delle autorità di polizia approfondire filoni precisi, da individuare con il ricorso alle tecnologie più avanzate, come le intercettazioni ambientali, senza sovraesporre singole persone.

L’assenza di canali legali di ingresso protetto, non meno che le difficoltà per l’espletamento dei ricongiungimenti familiari tramite uffici consolari che denotano livelli preoccupanti di corruzione, agevola intanto le organizzazioni criminali che offrono le uniche possibilità di un passaggio, con modalità che, dal consenso iniziale del migrante e della sua famiglia, si trasformano poi in vessazioni, ricatti, fino agli abusi ed al sequestro di persona, per estorcere alle vittime ed ai loro parenti somme sempre più elevate di danaro.

 Il diniego sistematico dell'asilo e le conseguenze sulle vittime di tratta e sfruttamento

Poche settimane fa la Campagna nazionale LasciateCientrare  (www.lasciatecientrare.it) denunciava il caso di 68 giovanissime donne nigeriane trattenute dal 26 luglio scorso all’interno del Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria, vicino Roma. Venerdì 7 agosto una delegazione della stessa Campagna è riuscita a entrata in questa struttura e a scoprire che le ragazze erano partite alcuni mesi prima dalla Nigeria, da dove avevano poi raggiunto la Libia, e che in questo paese erano state rapite, picchiate, derubate dei documenti, segregate in casa, costrette a prostituirsi, obbligate ai lavori forzati. Solo grazie all’intervento della Campagna queste ragazze hanno finalmente potuto presentare un’istanza di protezione internazionale ed hanno potuto evitare il rimpatrio forzato in Nigeria, ma le loro prospettiva di vita, al di fuori di un progetto di protezione e di reinserimento sociale, rimangono assolutamente incerte.

Si sta diffondendo infatti una valutazione generalmente negativa delle richieste di protezione  internazionale da parte di giovani donne provenienti dalla Nigeria, o da altri stati definiti dalle Commissioni territoriali come “paesi terzi sicuri”, verso i quali sarebbe dunque possibile, una volta respinta la richiesta di protezione, eseguire una operazione di rimpatrio forzato, grazie ad accordi di riammissione stipulati con governi che non garantiscono alcuna tutela alle vittime di questo traffico ed alle loro famiglie.

Se è vero che molte richieste di asilo vengono fatte presentare dai trafficanti al momento che viene ritenuto più opportuno, generalmente verso il compimento della maggiore età, quando la ragazza comincia ad essere stabilmente inserita all’interno dell’organizzazione, e comincia magari a svolgere compiti di sorveglianza delle ultime arrivate,  la peggiore risposta che si può fornire per combattere questo sistema di sfruttamento è il provvedimento di diniego. Nel frattempo, le forze di polizia non svolgono quelle attività di contrasto delle organizzazioni di trafficanti che arrivano a controllare interi quartieri, come a Palermo nel caso del quartiere di Ballarò. Se si identificano tra le richiedenti asilo persone già inserite nelle attività di sfruttamento della prostituzione, senza ulteriori indagini di polizia, le misure di diniego della protezione internazionale non possono che sancire una condizione di degrado che talvolta si estende anche ai figli di queste donne. Soprattutto si dovrebbero monitorare più rigorosamente le strutture di accoglienza, e chiudere tutte quelle che non presentano i requisiti previsti dalle convenzioni, a partire dalla mediazione culturale e dall’assistenza psicologica. Inoltre si dovrebbe evitare di mantenere in condizioni di promiscuità giovani adolescenti con donne che risultano minori soltanto sulla carta, che già in contatto con organizzazioni criminali, potrebbero svolgere anche un forte condizionamento sulle connazionali più giovani.

Sempre più minori stranieri in stato di abbandono e senza tutela effettiva. Aumentano i rischi di sfruttamento. 

Malgrado l’implementazione della Direttiva 2011/36/UE, nella prassi risulta ancora confusa la distinzione tra minori stranieri non accompagnati e minori stranieri non accompagnati richiedenti asilo. D’altra parte, tra i minori non accompagnati vittime di tratta, si ritrovano anche minori provenienti dall’Europa orientale, in particolare da paesi che fanno ormai a pieno titolo parte dell’Unione Europea, con un abuso, da parte delle organizzazioni criminali, dei principi di libera circolazione affermati dal Regolamento Frontiere Schengen 562 del 2006. I ritardi nella nomina dei tutori  e la scarsa collaborazione degli uffici di polizia nel riconoscimento tempestivo di un titolo di soggiorno ostacolano la tutela di minori che si ritrovano sempre più spesso in stato di abbandono e dunque sempre più esposti al rischio di ricadere nelle mani di trafficanti senza scrupoli o di organizzazioni criminali che li possono condizionare facilmente indirizzandoli verso la prostituzione o attività illecite. Anche persone che hanno intrapreso il loro viaggio liberamente, possono trovarsi esposte in un secondo momento, dopo l’ingresso in Italia, al condizionamento di una organizzazione criminale, allo sfruttamento sessuale a situazioni di tratta vera e propria, magari verso altri paesi europei.

Le recenti proposte europee, accolte dal governo italiano, di istituire nelle località di sbarco centri di prima identificazione e di detenzione chiusi, denominate “hot spot” e “hub chiusi” , con la presenza di agenti dell’Agenzia europea Frontex che dovrebbe assistere nelle operazione di fotosegnalamento e al prelievo delle impronte digitali, e quindi provvedere al rimpatrio sommario di quanti dovessero venire riconosciuti come migranti economici, lascia aperta la possibilità che minori che non vengano riconosciuti immediatamente come tali possano essere trattenuti in promiscuità con adulti. E che questi stessi minori, successivamente, possano essere oggetto di procedure di rimpatrio collettivo, atteso che gli accordi di riammissione che prevedono forme semplificate di attribuzione della nazionalità da parte dei consolati dei paesi di origine, come nel caso della Nigeria, non prevedono una identificazione individuale con attribuzione certa dell’età, ma solo la generica attribuzione della nazionalità. In nome dell’esigenza di contenere il numero dei migranti ammessi nel territorio europeo, si ricordi infatti che i minori stranieri non possono essere respinti o espulsi (art. 19 del Testo unico sull’immigrazione 286 del 1998 ), da parte delle forze di polizia si tende ad attribuire la maggiore età, se non con un sommario esame “a vista”, sulla base di accertamenti medici, come la prova delle dimensioni del polso, che appaiono assolutamente arbitrari, come dimostrano le risultanze di innumerevoli studi scientifici. Soprattutto nel momento dell’arrivo nei porti occorrerebbe per questo un numero più elevato di assistenti sociali ed operatori legali che dovrebbero intervenire per verificare le condizioni effettive delle persone e fornire tutte le informazioni necessarie per garantire loro una maggiore tutela.

Occorre anche ricordare che per tutti i minori non accompagnati che potrebbero essere vittime di tratta  il Decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 24 (che attua in Italia la Direttiva  2011/36/UE relativa alla prevenzione ed alla repressione della tratta di esseri umani e alla protezione delle vittime) prevede una procedura multidisciplinare ed  introduce all’art.4 la presunzione di minore età in tutti i casi in cui non sia possibile stabilire con certezza l’età. Purtroppo di questo decreto sono immediatamente entrati in vigore le modifiche al codice di procedura penale, ma si attendono ancora i provvedimenti attuativi e le correlate risorse economiche che dovrebbero garantire maggiore tutela alle vittime. Per farle emergere da una condizione diffusa di violenza e di sfruttamento aiuterebbe rafforzare le reti di protezione per i minori. Ma ormai da molto tempo l’Italia attende l’approvazione di un Piano nazionale di contrasto alla tratta e allo sfruttamento.

Il fallimento dell'impostazione repressiva del contrasto alla tratta delle persone

Quindici anni dopo la Convenzione di Palermo contro il crimine transnazionale, ed i due protocolli allegati contro la tratta ed il traffico, si dovrebbe prendere atto del fallimento di una impostazione che nel tempo ha privilegiato le misure repressive a scapito degli interventi di protezione sociale, ambito introdotto dall’art. 18 del Testo Unico 286 del 1998, ormai ridotto a misura premiale per chi collabora nelle indagini di polizia.

Che le attività di contrasto nei confronti delle organizzazioni che gestiscono il traffico delle donne e dei minori che vengono fatti prostituire siano prevalentemente inefficaci è confermato dall’assenza quasi totale di riscontri giudiziari (condanne definitive soprattutto) e se verranno smentite che siano basate su documenti, certi e pubblici, per ricrederci. I meccanismi di reclutamento ed il sistema proibizionista ed esclusivamente repressivo dei controlli di polizia che caratterizzano oggi le migrazioni cementano omertà difficili da intaccare. Nei luoghi di accoglienza nei quali le organizzazioni criminali possono raggiungere le vittime, l’accesso dei volontari è reso sempre più difficile e tardivo. Molti gestori temono che denunciando una situazione di cattiva accoglienza il loro centro possa essere chiuso, e le prefetture, che non inviano controlli, ritardano ad autorizzare le visite di associazioni indipendenti, come quelle aderenti alla campagna nazionale LasciateCientrare.

Le misure di protezione sociale previste dal già citato art. 18, sembrano ormai armi spuntate e trovano applicazione soltanto in qualche centinaio di casi, in tutta Italia. Senza una collaborazione (denuncia) della vittima di sfruttamento, anche prima che sia garantito un duraturo percorso di protezione e di inserimento, ci sono scarse speranze di accedere al cd. percorso sociale che, attraverso la partecipazione ad un progetto gestito da una associazione, dovrebbe comunque garantire un permesso di soggiorno a chiunque voglia sottrarsi al condizionamento di una organizzazione criminale.

Anche in questo campo non è possibile attendere a breve termine una svolta nelle politiche proibizioniste adottate dall’Unione Europea o un trattamento più umano delle vittime del traffico e della tratta, perchè sempre di migranti “forzati” si tratta, se non fosse per le condizioni di estrema violenza alle quali sono sottoposte nei paesi di transito. Tocca allora alle associazioni, ed ai cittadini solidali attivare, qui e subito, tutte le pratiche possibili da promuovere sul territorio per fornire l’assistenza necessaria alle vittime, dall’attivazione di canali di ascolto fino agli sportelli di assistenza legale, facilitando il coinvolgimento delle strutture sanitarie, garantendo trasparenza e professionalità nell’assistenza legale, responsabilizzando le prefetture e le questure competenti in Protocolli d’intesa che dovrebbero permettere quel dialogo tra società civile ed istituzioni che è evocato nelle Direttive europee in materia di tratta e di protezione internazionale ma che troppo spesso rimane lettera morta.

Fulvio Vassallo Paleologo

ADIF (Associazione Diritti e Frontiere)
Sul caso delle donne nigeriane detenute nel Cie di Ponte Galeria, invitiamo a leggere questo articolo comparso il 14 agosto del 2015 su Redattore sociale: “Lo strano caso delle 65 nigeriane nel Cie: evitato il rimpatrio in extremis”.

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