Fino a quando? Riflessioni dopo l’ennesima strage di migranti e lo “sbarco” a Palermo (di D. Guarino e A. Biondo)

Giovedì 6 agosto del 2015 la nave della marina militare irlandese Le Niamh, con a bordo 341 migranti ancora in vita e 26 salme recuperate dopo il naufragio del giorno prima a largo della Libia, è approdata al porto di Palermo.

Il Forum Antirazzista di Palermo era lì in banchina. Per chi vive questi momenti, il rischio di abituarsi a eventi simili è uno degli aspetti più terrificanti. Emergono con forza sentimenti di disperazione e di rabbia, mentre risuonano nella mente sempre le stesse parole: continuiamo a perdere tutti e tutte un appuntamento importante con l’umanità! Nel mare Mediterraneo annega, oramai quotidianamente, la nostra possibilità di immaginare la società in cui viviamo in un modo diverso da quello pensato dalla classe politica dominante che mette in campo tutti gli strumenti per mantenersi al potere. È chiaro che “il dovere morale e legale del salvataggio è passato in secondo piano rispetto all’imperativo del controllo delle frontiere e della prevenzione del traffico di esseri umani” (Nicola Perugini, Al Jazeera, Qatar).

Come sempre accade a Palermo quando ci sono i riflettori accesi, tutte le autorità si sono presentate al porto: dal sindaco, sempre in prima fila, agli assessori alla partecipazione e alle politiche sociali, dalla prefetta al questore. Tutti presenti per “guidare” lo sbarco dei migranti e accogliere al porto vivi e morti.
La macchina dell’accoglienza funziona al porto di Palermo grazie ai volontari presenti della caritas, dell’asp, della croce rossa e della protezione civile. Quello che accade però è che una volta spenti i riflettori i migranti restano soli: la questura rimpatria le persone identificate come magrebine senza batter ciglio, ha una valutazione “sui generis” rispetto all’attribuzione della minore età, mentre le assistenti sociali del comune non fanno niente per opporsi a queste modalità di valutazione perché a Palermo i posti per minori stranieri non accompagnati sono finiti.

La prefettura smista la maggior parte dei migranti su tutto il territorio nazionale (in questo caso 100 migranti sono stati trasferiti in Campania, 50 in Veneto, 100 in Lombardia, e 50 in Emilia Romagna), e quelli che restano cominciano un’altra odissea in centri per lo più sprovvisti di mediatori e professionisti, a cominciare dagli psicologi, che potrebbero alleviare e accompagnare il percorso di queste persone a Palermo.

Durante lo “sbarco”, mentre le persone venivano fatte passare da un presidio all’altro prima di salire sui pullman, i nostri sguardi si sono incrociati con i loro volti stanchi, affamati, disperati, tristi, anche se dai loro occhi la speranza non era del tutto scomparsa… riflessi fugaci di un sogno ancora vivo nel cuore.

Alcune considerazioni per non arrendersi alla cultura dell’indifferenza, per costruire ponti e distruggere muri:

Prima di tutto il rispetto dei diritti fondamentali di tutte le persone. È il punto di partenza, la base per ogni riflessione e azione possibile. Solo a partire da questo presupposto è possibile sviluppare politiche umane e al contempo razionali di accoglienza e “integrazione” giuridico-politica dei migranti.

Ricordando sempre che le morti nel Mediterraneo sono la conseguenza diretta delle scelte politiche di Bruxelles che purtroppo, nonostante tutti questi morti – più di 2400 dall’inizio dell’anno-, non accennano a modificarsi: “al contrario di quello che spesso si dice, l’Unione Europea non distoglie lo sguardo di fronte alla morte dei profughi, ma la osserva con attenzione. Il problema in questo caso non è la negligenza, ma l’omicidio intenzionale” (Maximilian Popp, Internazionale 1099, 24 aprile 2015). I leader europei condannano gli scafisti e si commuovono davanti alla morte di così tante persone, ma poi continuano a voler tenere chiuse le frontiere, creando i presupposti stessi di questi naufragi.

Per il governo italiano e i politici europei, le stragi in mare e il disastroso sistema di accoglienza creato per le persone che riescono ad arrivare vive, rappresentano l’occasione di trasformare le tragedie umane in vantaggi personali, economici e politici. Ed è così che ritorna, ripetendo gli errori commessi nel passato, l’era dei muri che vengono eretti per blindare le frontiere (come accade in Ungheria ma anche in tanti altri Stati dell’Ue), dell’evocazione costante e irrazionale della paura dell’invasione e della costruzione del migrante come nemico: i presupposti su cui del resto sono basati gli stessi accordi di Schengen, come realizzazione perfetta della sovrapposizione politico-amministrativa tra controllo della frontiera, politiche sicuritarie e gestione dell’immigrazione. In tal modo si contribuisce a incrementare il processo di stigmatizzazione degli “stranieri” poveri, alimentando ad arte xenofobia e razzismo. Pur continuando a definirci tolleranti e accoglienti, non appena riteniamo che il nostro territorio o i nostri interessi siano messi a rischio, diventiamo violenti, nel linguaggio e nei gesti.
Del resto, l’immigrazione in Italia – vecchia ormai di un trentennio – non è ancora riconosciuta come una componente intrinseca e strutturale dell’economia e della società (basterebbe leggere senza pregiudizi i dati Istat per comprendere fino a che punto il loro apporto sia ormai indispensabile).

È assurdo che l’Italia, così come il resto dei paesi dell’Unione europea, continuino a separare strumentalmente i migranti “economici” da quelli aventi diritto all’asilo secondo le leggi internazionali. Tutte le migrazioni nascono dal profondo desiderio di superare la mancanza di possibilità reali di crescita umana, di migliorare la propria vita e quella della propria famiglia. Si è in guerra anche quando non si possiede una casa dove vivere, un lavoro, una vita degna di essere vissuta. Guerra non significa solo presenza di armi e quindi di morte, ma anche tutto ciò che indebolisce la dignità della persona. E in ogni caso, a seguito del perdurare della crisi economica e del diffondersi dei conflitti, quasi tutti i migranti che rischiano la vita per costruirsi un futuro rientrerebbero oggi nella definizione di rifugiato fornita dai testi internazionali sull’asilo.

Le cause delle migrazioni sono ancora legate alla fuga da situazioni drammatiche dei Paesi di origine – povertà, carestia, fame, guerra, violenza, disastri ambientali – tutte condizioni inumane rispetto alle quali i governi occidentali hanno pesantissime responsabilità. La globalizzazione contemporanea è un sistema che assicura ricchezza, potenza economica e finanziaria a pochi, e che può stare in piedi solo se impoverisce la maggior parte della popolazione mondiale. Quello che i e le migranti cercano sbarcando sulle coste dell’Italia è libertà, dignità, una possibilità di lavoro, così come il rispetto dei diritti fondamentali di cui ogni persona è portatrice.

Nessun muro o frontiera riusciranno a fermare i popoli migranti. “Gli africani continueranno a venire in Europa con tutti i mezzi, anche al prezzo di morire nel deserto o per mare, finché l’equilibrio economico ed ambientale tra Africa e resto del mondo non verrà ristabilito da chi ne è responsabile e cioè dall’Occidente!”. (Mons. W. Avenya. Sinodo Africano, 4-25 Ottobre 2009)

Le morti in mare potrebbero diventare l’orrendo ricordo di un periodo storico di cui il mondo dovrebbe vergognarsi, come è accaduto per altri momenti terribili del recente passato europeo. Ma perché ciò accada occorre finalmente comprendere che l’economia e la politica trovano il loro senso di esistere, solo quando sono al servizio della vita di qualsiasi persona, qualunque colore sia la sua pelle, qualunque lingua parli, qualunque sia la sua religione, da ovunque provenga.

Domenico Guarino e Alberto Biondo
Comunità comboniana La Zattera di Palermo

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