Umanitari detentivi. Alla banchina del porto e oltre (di Martina Tazzioli)

 

“Migrants are like books”, sentenzia la responsabile dell’ufficio Frontex di Catania mentre assiste a uno dei tanti sbarchi nel porto di Augusta. E per questo, aggiunge, le storie dei naufraghi in arrivo dalla Libia vanno studiate in profondità, chiedendo loro rotte percorse, costi dei viaggi, rischi intrapresi e reti di trafficanti utilizzate. Nei vari porti siciliani l’interrogazione ai migranti sulle loro geografie percorse e le storie di viaggio comincia sulla banchina, non appena vengono fatti scendere a terra. Storie catturate e geografie registrate dai tanti operatori di Frontex armati di block notes che si avvicinano ai migranti seduti a terra in attesa di essere trasferiti poche centinaia di metri piú in là, nelle tendopoli o nei centri di prima accoglienza. Certo, chi non vuole può non rispondere, e i dati saranno anonimizzati, dicono, salvo che quelli richiesti dalla polizia di stato italiana che potrà mantenere visibili nomi e cognomi. L’europeizzazione dei controlli comincia alla banchina e prosegue nei container del porto dove si procede all’identificazione: numero in mano, guarda qui dritto, foto, scatto. A sorvegliare che tutti vengano schedati ci sono ancora loro, gli impiegati dell’agenzia Frontex, ben visibili per il cartellino al collo che li contraddistingue; e che, a differenza degli anni passati, non si sottraggono alle domande di ricercatori e giornalisti, spiegando che in fondo “dai migranti si possono estrarre informazioni importanti per governare questi flussi, per capirne le strategie, ma stando attenti a capire chi tra loro dice il vero”. Le impronte, almeno ad Augusta, vengono prese solo con il consenso, e tuttavia nessuna informazione da parte di UNHCR ai migranti arrivati su cosa comporti il rilascio delle impronte, nè su cosa sia Dublino III.

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Ma prima di proseguire oltre lo spazio del porto torniamo sulla banchina. Appena scesi uno a uno dall’imbarcazione Spiga della Marina Militare il primo gruppo di poche decine di persone viene fatto passare dalle tende della Croce Rossa per un primo veloce screening sanitario e per decidere se essere inviati a destra della tenda (i minori non accompagnati) o tutto dritto (gli altri). Poi da lì i primi vengono fatti sedere per terra, in attesa che tutta la nave si svuoti. Gli operatori di Frontex con le loro domande dunque, come prima “accoglienza” e come benvenuto in Italia riservato a donne, uomini e bambini appena sbarcati; dopo qualche minuto si avvicinano due persone con le casacche di UNHCR e poi Save the Children, seguiti da Emergency. UNHCR pronto a circolare tra le fila di persone sedute, che nel frattempo aumentano di numero, per dire che “tutti hanno diritto a fare domanda di protezione internazionale”. L’informativa legale finisce qui. Invece, quando è il momento di partire, tutti gli attori dell’umanitario collaborano per controllare che nessuno del gruppo si dia alla fuga e che i migranti arrivino in ordine dentro la tendopoli. La macchina, se non altro quella dello sbarco, nonostante tutto sembra funzionare senza troppi intoppi, in fondo operazione di routine, come confessa uno dei poliziotti che fa da cordone di sicurezza ai migranti in transito. Ancora a Frontex, invece, spetta l’onere e l’onore di dare la caccia ai “trafficanti” prima ancora che i primi naufraghi comincino a scendere: sale un operatore di Frontex, e resta su fino a che l’ultimo migrante non è sceso. Poi uscirà dall’imbarcazione con due somali e un tunisino ammanettati, scovati in pochi minuti “grazie alle segnalazioni dei compagni di viaggio”. Dei tre si perdono presto le tracce, dopo essere fatti salire su una volante della polizia.

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C.p.s.a di Pozzallo, centro di prima accoglienza o di prima detenzione, dipende chi è a guardarlo, se i migranti o gli operatori del centro. Una buona via di mezzo per definirlo senza troppi eufemismi è forse quella di “detenzione umanitaria”. Una stanza, 275 persone sedute e sdraiate per terra, uomini e anche donne e bambini, tutti insieme, perchè la stanza riservata alle famiglie non viene aperta quando sono troppo “poche” le persone destinate ad entrarci. Detenzione umanitaria perchè a far compagnia ai migranti in attesa da giorni, spesso ben piú delle 72 ore previste come massimo, prima di essere “smistati” in Sicilia o in altre regioni d’ Italia nei vari Cas o Cara, ci sono UNHCR, MSF e Terre des Hommes. La presenza di Medici sena Frontiere all’interno del C.p.s.a. di Pozzallo funziona come un esperimento pilota, dicono dalla sede di MSF nel centro del paese, per testare un progetto di intervento che non mira a creare un sistema di accoglienza parallelo ma a collaborare con quello esistente, gestito dalle autorità nazionali. Una posizione per lo meno discutibile se si pensa all’indipendenza che caratterizza il mandato di Medici senza Frontiere e ancor piú quando questa collaborazione si concretizza anche attraverso dei training di formazione gratuiti al personale dell’ente gestore del centro. Dal C.p.s.a di Pozzallo non si esce, nemmeno per l’ora d’aria, fino a che non vengono completate le procedure di identificazione che possono prendere fino a due giorni dal momento dell’arrivo. E per alcune nazionalità, raccontano al centro, quelle che tendono a fuggire facilmente come gli eritrei, l’uscita quotidiana dal centro  non si sblocca nemmeno a identificazioni concluse. Ma la presenza degli attori dell’umanitario fa sì che anche agli occhi di una delegazione UE il centro di Pozzallo non appaia una stanza dall’odore infernale. Anche a Pozzallo, come al porto di Augusta, a monitorare le procedure di identificazione c’è la polizia di stato con il cartellino di Frontex, oltre a un ufficiale Frontex in visita dall’estero. Ogni impronta presa, assicurano, da quando c’è Frontex finisce in Eurodac, non si scappa. E invece quello che si lascia scappare uno dei dirigenti Frontex è che un buon regolamento europeo dovrebbe concedere il ricorso a un uso della forza senza troppe esitazioni, “per scremare realmente tra i pochi veri richiedenti asilo e gli altri da rispedire in nave”.    L’impasse politico dell’accoglienza, il “nostro”, ovvero di chi quelle strutture detentive ha sempre contestato e non solo per le violazioni commesse all’interno ma nella loro esistenza stessa, parte anche da qui; dal detentivo adibito ad umanitario, e al tempo stesso dall’umanitario che lavora all’interno degli stessi meccanismi di cattura e identificazione, e nei suoi stessi spazi, pur con l’ obiettivo di sottrarre le fasi di attesa e di accoglienza a una gestione prettamente securitaria. Un impasse, dicevamo, perchè in fondo sembra surreale in questo momento dirsi contro la macchina dell’accoglienza, quando il problema diventa essenzialmente fare spazio a chi arriva. Fare spazio senza troppo aspettare, e dunque cercare luoghi e strutture in grado di fornire un posto letto, ma strutture che a loro volta servono da snodi intermedi di monitoraggio e controllo tra il porto e il momento, sempre piú dilatato nel tempo, della risposta delle commissioni territoriali. Un fare spazio che in fondo è difficilmente immaginabile da realizzare in autonomia, visti i numeri che si presentano. E tuttavia, altro lato di questo impasse, difficile al tempo stesso non vedere che l’accoglienza si concretizza, fin dall’arrivo in banchina, in una serie di meccanismi di cattura, partizione, e illegalizzazione forzata, come nel caso dei diniegati dalla protezione internazionale; creando infine situazioni di “parcheggio a tempo indefinito” sul territorio italiano in attesa di una protezione umanitaria sempre piú difficle da ottenere. Ripensare cosa significa, concretamente fare spazio, oltre la macchina dell’accoglienza comporta in fondo impegnarsi in una critica di quella macchina anche quando questa sembra funzionare senza troppe sbavature o violazioni eclatanti dei diritti umani. L’umanitarizzazione delle vite di alcuni, ridotti a corpi da salvare, si basa sulla produzione e la legittimazione di una serie di asimmetrie biopolitiche tra salvatori e salvati, tra persone tout court e persone a libertà condizionata. Asimmetrie che non possono essere colte stando troppo nei pressi della macchina dell’accoglienza, rimanendo con lo sguardo sulla banchina del porto o sul “dopo” senza riallacciare quella critica dell’umanitario detentivo con un’analisi di cosa accade non solo in mare ma anche nei luoghi di partenza; sempre di piú questi, in realtà, luoghi da cui si cerca di non lasciar partire, con navi dei vari stati UE appostate a poche miglia dalle coste libiche preparate a lanciare ufficialmente la prima missione militare europea coordinata di guerra contro i migranti. Una guerra condotta in nome della loro stessa salvezza contro i “trafficanti”, e dunque una guerra per facilitarli a restare in Libia.

Di fronte alla normalizzazione della macchina dell’accoglienza e a quella dei naufragi e delle morti, ormai oggetto di conta di bollettini settimanali e quotidiani, far esplodere le contraddizioni dell’umanitario detentivo significa guardare alla banchina del porto partendo dall’intollerabilità di politiche che rendono alcuni soggetti vite naufraghe da salvare.

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