Detenuti o deportati: rifugiati in Tunisia (di Martina Tazzioli)

Di fronte ai numeri di sommersi e salvati che scandiscono i picchi di attenzione mediatica sugli arrivi dei migranti in Sicilia, la presenza di “pochi” richiedenti asilo e rifugiati in Tunisia rende difficile portare in primo piano il contesto tunisino; se non altro dopo lo “svuotamento” del campo di rifugiati di Choucha che nel 2011 aveva ospitato decine di migliaia di persone in fuga dalla Libia e la sua chiusura ufficiale, nonostante ancora un centinaio di diniegati e rifugiati vivano ancora al campo, senza ancora un altro spazio in cui stare. E tuttavia è precisamente a partire da questa non-notizia, se la si guarda dal punto di vista della politica dei numeri, che è necessario partire per interrogarsi su cosa sta accadendo negli spazi-frontiera, o meglio alle pre-frontiere dell’Europa, di cui la Tunisia rappresenta certamente un fondamentale check-point, che è andato rafforzandosi di anno in anno attraverso gli accordi bilaterali tra Tunisia e Italia sopratutto in materia di pattugliamento delle coste tunisine contro le partenze irregolari e la donazione da parte dell’Italia di imbarcazioni ed equipaggio tecnico. Cosa accade a coloro che partono dalla coste libiche e vengono intercettati/salvati dalla Garde Nationale tunisina o a quelli che, fuggendo a piedi dalla Libia, si trovano bloccati come “rifugiati illegali” in Tunisia, dopo che gli stati europei hanno rifiutato di procedere al resettlement?

Rifugiati illegalizzati. Vista l’assenza a oggi di una legge sull’asilo in Tunisia, i beneficiari di protezione internazionale così come i richiedenti asilo vengono tollerati sul territorio tunisino come migranti irregolari. E talvolta questa condizione di rifugiato illegale si traduce in detenzione ed espulsione. Ouardia, nome di un quartiere periferico di Tunisi che designa anche un “centre d’accueil et d’orientation” secondo la denominazione del governo tunisino, ovvero una prigione per stranieri nei fatti, dove possono accedere solo alcuni avvocati, la Croissant Rouge per distribuire i pasti, e l’OIM, incaricato di organizzare i “rimpatri volontari”. E in ogni caso la quasi totalità dei migranti detenuti viene lasciata senza alcun sostegno legale. Qui sono stati portati e detenuti alcuni dei rifugiati e diniegati del campo di Choucha che si erano trasferiti nella capitale; o rifugiati statutari del campo che erano rientrati in Libia per partire in Europa e che dopo essere stati soccorsi in mare dalle autorità tunisine, sono stati detenuti in quanto rientrati nel paese come migranti irregolari, visto che lo status di rifugiato attribuitogli da UNHCR non è riconosciuto dalla Tunisia; infine, altri, famiglie di siriani per lo piú, arrivati dalla frontiera algerina, sono finiti a Ouardia ancor prima di poter presentare domanda di asilo. Anche i bambini restano nel centro, come conferma l’IOM, che per mantenere un rapporto di collaborazione con la Tunisia su altri fronti come quelli dei rimpatri volontari dei tunisini, cerca di non guardare troppo cosa accade, pur avendo accesso alla prigione. Dalla città di Tebessa, poco oltre il confine algerino, ogni tanto arriva una telefonata ad alcuni dei rifugiati di Choucha: “siamo qui, i poliziotti tunisini ci hanno lasciato nel deserto con una baguette e dell’acqua. Ora siamo in questa città ma due di noi che hanno provato a rientrare in Tunisia sono morti, forse persi nel deserto”. Ma a Ouardia non si resta per molto tempo, l’obiettivo è far ripartire le persone il piú rapidamente possibile. Un far sloggiare dal territorio che si concretizza in due varianti di deportazione a costo zero per la Tunisia: l’auto-espulsione da parte dei migranti, se questi hanno soldi a sufficienza per acquistare un biglietto aereo verso i propri paesi di origine, talvolta con il supporto dell’OIM; o “accompagnamento” verso la frontiera desertica algerina, dove in molti sono stati lasciati dalle autorità tunisine e invitati e proseguire a piedi dall’altra parte del confine. Non appena entrano a Ouardia, i richiedenti asilo vengono minacciati di venir portati al confine con l’Algeria e lasciati nel deserto se non si organizzano a rientrare nel proprio paese “in autonomia”.
Quando nei porti di Sfax o Zarzis arrivano i migranti tratti in salvo dalla Garde Nationale tunisina, lo smistamento delle persone sul territorio effettuato dalla Garde Nationale stessa è casuale: “eravamo in 86 eritrei sull’imbarcazione, quasi tutti rifugiati statutari come me. E in sessanta siamo stati portati a Ouardia”, racconta Z, che dopo due anni dall’accaduto vive nella periferia di Tunisi cercando di non finire troppo nell’occhio della polizia di quartiere, vista la sua condizione di “rifugiato illegale”. Chi non viene detenuto a Ouardia viene portato a Medenine, cittadina dell’interno, dove la Croissant Rouge e UNHCR gestiscono un centro di accoglienza, o meglio due: uno in cui sono alloggiati coloro che vengono ritenuti in diritto di presentare la domanda di protezione internazionale – ovvero, chi proviene da paesi “non-sicuri”, secondo la lista segreta usata da UNHCR – e un edificio senza insegne, in cui vengono “depositati”, senza alcuna assistenza minima, gli altri, quelli che secondo UNHCR non hanno diritto a presentare domanda.
Ma oltre alla prigione di Ouardia e ai centri di Medenine alcuni rifugiati raccontano dell’esistenza di altri centri o caserme usati a scopi detentivi per i migranti. Centri segreti di cui tuttavia il report redatto nel 2013 da Francois Crepeau, inviato speciale per i diritti umani dell’Onu, fa riferimento, ipotizzando che possano essere 13, tra cui la caserma di Ben Guerdane, ultimo avamposto prima della frontiera libica. Una realtà, quella della detenzione dei rifugiati e dei richiedenti asilo in Tunisia, di cui peraltro gli attori dell’umanitario sono al corrente, primo tra tutti UNHCR, incaricato di esaminare le domande di protezione in Tunisia ma che poi conferma ai rifugiati arrestati per strada a Tunisi che effettivamente il loro documento in Tunisia non ha alcun valore.
A Ouardia si finisce dunque dopo essere stati bloccati dalla polizia, o dopo essere stati ripescati in mare dalla Garde Nationale. Ma in fondo Ouardia è paradossalmente divenuta anche un canale di partenza depenalizzato per gli stranieri in Tunisia. Infatti, chi si trova in una situazione di irregolarità nel Paese per uscire è obbligato a pagare una penalità che ammonta a 80 euro per ogni mese trascorso da irregolare, una delle ragioni per cui molti rifugiati e diniegati si trovano al momento bloccati in Tunisia, senza possibilità di raggiungere la somma richiesta. Solo a quelli che passano da Ouardia viene fatto lo “sconto” per un auto-espulsione senza penalità, situazione che ha portato alcuni rifugiati a farsi arrestare per riuscire poi a lasciare il Paese.
Il tentativo dell’UE di esternalizzare l’asilo e costruire campi di raccolta in Tunisia sembra per fortuna essere naufragato, almeno per il momento; ma anche l’adozione di una legge sull’asilo in parte già scritta e depositata al ministero della giustizia, resta a oggi per lo meno affare rimandato a data da destinarsi. Tuttavia, di fronte alle politiche di guerra dell’UE e delle condizioni di accoglienza di molti centri italiani, dei percorsi di illegalizzazione in Europa o degli spazi di contenimento come Calais, sarebbe inefficace ma anche politicamente errato mobilitarsi in una critica alla Tunisia fatta dalla sponda europea, in nome del rispetto di diritti umani che gli stati europei sono i primi a violare. Tanto piú che la Tunisia, va ricordato, nel 2011 si era dimostrata frontiera aperta, lasciando entrare sul suo territorio un milione di persone in fuga dalla Libia,e ospitando circa 600 000 libici; accoglienza che peraltro prosegue tuttora, insieme a una tolleranza seppur minimale di fronte a una presenza crescente di stranieri che dopo le rivoluzioni arabe hanno trasformato lo spazio tunisino da paese di emigrazione e transito in paese di immigrazione, per quanto involontaria, ovvero luogo-rifugio per molti fuggiti dalla Libia.

Con il dossier “Rifugiati in Tunisia: tra detenzione e deportazione”, (http://www.storiemigranti.org/spip.php?article1079) il sito di Storiemigranti prova ad aprire uno spazio di interrogazione rivolto prima di tutto a chi si trova a vivere sulla sponda nord del Mediterraneo, in un momento in cui gli stati europei stringono accordi con dittature come quella eritrea o disegnano fantasie governamentali di esternalizzazione delle politiche di asilo. La richiesta di poter accedere alla prigione di Ouardia e di sapere dove e quanti sono i centri di detenzione in Tunisia è anche, prima di tutto, una contestazione di politiche di esternalizzazione spesso confuse con il rafforzamento di una politica di asilo nei paesi terzi. Politiche, quelle europee, che pur non riuscendo nell’obiettivo di costruire campi in Tunisia, risolve la presenza in Tunisia di richiedenti asilo che erano diretti in Europa, negando il resettlement sul territorio europeo, come nel caso di molti rifugiati del campo di Choucha; oppure lasciando che prosegua il gioco del rimpallo tra Algeria e Tunisia con i “rifugiati illegalizzati”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...