Calais, il limbo d’Europa (di Davide Carnemolla e Filippo Furri)


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Una giovane donna eritrea, due minorenni, un ragazzo pakistano di 23 anni, due uomini sudanesi, un uomo etiope di 32 anni e poi un altro uomo e un’altra donna. E anche un bambino morto un’ora dopo essere nato. E stamattina la notizia di un’altra persona ritrovata senza vita dopo ieri notte, quando almeno mille e cinquecento persone hanno tentato di salire sui camion del tunnel.  Questi sono i migranti morti nei mesi di giugno e luglio del 2015.

Houmed, Mohamad, Yacob, Zebiba e il piccolo Samir. Questi i nomi di alcuni di loro, degli altri non si sa nemmeno come si chiamavano.

In quale zona di guerra ci troviamo? Semplice, nel pieno cuore dell’Europa, a Calais. In Francia e due passi dall’Inghilterra. Ed è a tutti gli effetti una zona di guerra ma è una guerra particolare, una guerra unilaterale. E’ la guerra che si sta combattendo contro i migranti e contro la libertà di movimento dentro e fuori i confini europei ed è sempre più organizzata e spietata.

Decine di migranti sono morti negli ultimi anni cercando di attraversare il Canale della Manica, centinaia di migranti sono rimasti feriti e hanno subito violenze da parte della polizia, migliaia di migranti hanno vissuto e continuano a vivere in quello che è a tutti gli effetti il limbo d’Europa, un luogo dove la sospensione – anzi l’annullamento – dei diritti è diventata la norma.

Chi muore a Calais viene fatto morire, anzi viene ucciso. Non sono mai morti casuali, sono morti causate dalle durissime repressioni che subiscono i migranti e dalle condizioni sempre più difficili in cui sono costretti a vivere e a tentare di raggiungere l’Inghilterra. Come affermano gli attivisti che suppotano i migranti a Calais “Queste morti sono le conseguenze deliberate del regime delle frontiere e della sua natura criminale”. Non è un caso, infatti, che il numero dei morti sia cresciuto proprio da giugno e cioè da quando sono state incrementate le misure di sicurezza a Calais e dintorni.

Come dimostra il video girato il 4 maggio dagli attivisti di Calais le violenze contro i migranti sono all’ordine del giorno e quindi i morti e i feriti non sono “incidenti” o “casualità” bensì sono la diretta conseguenza delle politiche securitarie e repressive messe in atto da Francia e Gran Bretagna1.

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E in questo quadro rientrano anche i frequenti e violenti sgomberi degli “squat” e delle “jungle”, i luoghi dove i migranti vivono (anzi sopravvivono) tra un tentativo e l’altro di oltrepassare la Manica. Il 2 giugno sono stati sgomberati due dei luoghi principali, la “giungla dei sudanesi” e lo “squat Galloo”. Quest’ultimo era stato aperto nel luglio 2014 grazie all’impegno comune di migranti, attivisti e associazioni ed era diventato un luogo di riferimento per i migranti che volevano incontrarsi, avere un pasto e dormire.

E non è ovviamente un caso che in contemporanea, a Parigi, la polizia abbia sgomberato i migranti a La Chapelle.

A Calais i migranti sgomberati sono stati “invitati” a trasferirsi in un enorme centro diurno gestito a livello istituzionale e ubicato nella zona del Centre Jules Ferry, molto distante dal centro della città.

Far confluire tutti in questo centro è parte del programma di “segregazione e controllo” messo in atto dal governo francese. Il centro è costantemente presidiato dalla polizia, i migranti sono monitorati e schedati e, a differenza delle altre strutture (giungle e squat), qui gli attivisti e le associazioni locali non possono accedere.

E la presunta operazione “umanitaria” del governo c’è solo sulla carta visto che in tutto il mega-centro viene fornito un solo pasto al giorno e solo a metà dei migranti presenti.

Di “umanitaria” qui c’è solo la crisi, visto che in molte zone della città dove sostano i migranti mancano tende dove dormire, cibo, acqua potabile, medicine e personale medico. Alcuni attivisti e ONG stanno fornendo supporto ma non è sufficiente ed è evidente che la Francia, la Gran Bretagna e l’Unione Europea non intendono investire risorse in tal senso quanto piuttosto stanziare sempre più fondi per la militarizzazione di Calais e del Canale della Manica.

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La fortezza nella fortezza. Così potremmo quindi chiamare Calais, piccola e grigia città francese di 75000 abitanti, di fronte alla celebri scogliere di Dover. Una città che è diventata – insieme alle sue “sorelle” Lampedusa, Ceuta, Melilla, Patrasso, Igoumenitsa e Ventimiglia– uno degli emblemi della negazione dei diritti “made in Europe”.

Circa 5000 migranti sono al momento accampati tra Calais e dintorni, in quello che è un vero e proprio cul de sac, un pantano fisico e psicologico. Perché Calais è geograficamente l’ultima tappa prima di raggiungere la tanto agognata Inghilterra, attraversando la Manica, un canale che la Fortezza Europa ha reso un oceano. Calais per i migranti che vi giungono diventa infatti il luogo dell’attesa, della sospensione, il luogo dove la speranza diventa un corpo quotidianamente percosso e martoriato da violenze, umiliazioni, solitudine, fame, freddo, pensieri. Tuttavia è un corpo che resiste, che si lecca le ferite e poi riparte una due, tre, cento volte. “Io provo ogni sera a nascondermi nei camion che si imbarcano nelle navi che vanno da Calais a Dover”, ci racconta M., un ragazzo afghano “e ogni giorno la polizia mi scopre e mi picchia. E’ duro vivere così, a volte ho la sensazione di non farcela più ma io continuerò a provarci e un giorno ce la farò”2.

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Vengono da tutto il mondo, soprattutto da paesi in guerra come Siria, Afghanistan, Sudan, Eritrea, Etiopia, Pakistan. Tra di loro moltissime donne, bambini e minori non accompagnati. Sono arrivati in Europa da sopravvissuti, compiendo viaggi infiniti lungo i quali hanno perso familiari e amici. Molti – in particolare gli africani – sono arrivati a Lampedusa, Pozzallo o in altre località del Sud Italia attraversando il Mediterraneo, altri – soprattutto afghani ma anche sudanesi e pakistani – sono arrivati in Italia nascondendosi nelle navi in partenza da Patrasso e Igoumenitsa , altri ancora – come ad esempio i siriani – hanno attraversato la Turchia e poi la Grecia o la Bulgaria seguendo la rotta dell’Europa continentale (paesi balcanici, Ungheria, Austria, Germania).

Hanno visto e vissuto ogni tipo di violenza e pericolo e si ritrovano insieme a Calais, davanti ad altri muri, siano essi naturali come il Canale della Manica o artificiali come le innumerevoli barriere al porto di Calais (tra cui la nuovo mega-recinzione chiamata “il muro della vergogna” appena eretta lungo tutto l’area portuale). Alcuni di loro davanti a questi muri hanno trovato anche la morte: solo nel 2014, 15 migranti hanno perso la vita tentando di arrivare in Inghilterra o a causa di incidenti a Calais e dintorni (diversi sono i casi ad esempio di migranti fermati e poi abbandonati dalla polizia in mezzo a strade buie fuori città e morti investiti da auto e camion).

Sono donne e uomini con un grande coraggio e un’enorme dignità, donne e uomini che hanno già provato sulla loro pelle il sistema di “accoglienza” italiano ed europeo, l’indifferenza e il disprezzo della gente e la violenza della polizia e dei gruppi neofascisti.

Ma ciò che impressiona di più è il loro sorriso e la serenità con cui raccontano le loro sofferenze e i loro sogni. Ci accolgono con un affetto e una gentilezza commovente, ci offrono qualcosa da mangiare o da bere privandosene loro stessi, ci chiedono di sederci accanto a loro e di ascoltarli, concedendosi per una manciata di minuti o di ore di esistere nuovamente nei propri racconti, nell’incontro con qualcuno interessato ad ascoltarli. Come se per loro le parole fossero l’unico modo per dirsi e dirci che dietro quel vivere in condizioni disumane c’è un’infinita umanità, ci sono storie, ricordi, speranze che sopravvivono anche dentro le “giungle” e gli “squat”. Si chiamano così gli accampamenti dove risiedono i migranti a Calais.

Le “giungle” sono i luoghi più grandi, le principali sono la giungla “Tioxide” (con circa 1200 persone), ad est del porto di Calais e la giungla “dei sudanesi” (con più di 200 persone) ad ovest della città. Poi ci sono diversi “squat”, case o fabbriche abbandonate e occupate dai migranti. Uno di questi, lo “squat Galloo” è stato occupato dalla rete europea “No Borders” e al momento accoglie circa 300 persone. Ma vi sono molti altri piccoli accampamenti in giro per la città, di solito vicino al porto o alle zone dove la sera vengono distribuiti i pasti da alcune associazioni locali.

Le condizioni di vita in queste tendopoli sono terrificanti e lo sono ancora di più in inverno quando le temperature scendono spesso sotto lo zero e non sono rari tifoni e nevicate (l’ultima delle quali ha attraversato Calais proprio a fine dicembre).

I migranti vivono dentro piccole tende o baracche di cartone e plastica in mezzo a fango, detriti e discariche o in edifici diroccati abbandonati in condizioni di estremo sovraffollamento. Mancano acqua, gas e corrente elettrica oltre che medicine. L’unico aiuto è dato da alcune associazioni e ONG che offrono un pasto caldo la sera, un po’ di cibo e acqua e un servizio di assistenza medica una volta a settimana per i casi più gravi.

In queste vere e proprie baraccopoli ogni giorno aleggia il pericolo degli sgomberi, effettuati dalla polizia in maniera spesso violenta. Proprio nei giorni in cui ci rechiamo a Calais vediamo davanti alle due “giungle” altrettanti cartelli affissi dalla polizia con scritto “ordiniamo a tutte le persone che occupano questo spazio di liberarlo (…) in caso di non esecuzione immediata di tale ordine, procederemo allo sgombero con tutti i mezzi previsti dalla legge ricorrendo se necessario anche all’uso della forza”.

Solo a Calais ci sono almeno dieci luoghi tra squat e giungle ed è tutto perfettamente visibile, una realtà tanto evidente quanto “normalizzata” per gli abitanti locali, in un clima preoccupante visto l’ aumento – sia a livello locale che nazionale – del consenso verso il Front National, partito neofascista guidato da Marine Le Pen (20% di voti in città) e della presenza sempre più minacciosa e violenta di gruppi xenofobi, che hanno organizzato due manifestazioni contro i migranti a settembre e gennaio e che con sempre maggior frequenza compiono aggressioni di stampo razzista in città.

In questo contesto giriamo gli squat e le giungle di Calais nei giorni che precedono il Capodanno provando a raccogliere le voci degli stessi migranti ma anche degli attivisti che offrono loro supporto.

Tra questi ultimi Philippe è uno dei più impegnati. È un attivista francese che vive a Calais e che incontra i migranti quotidianamente. “Qui a Calais la situazione è terribile ma ci sono altri luoghi dove avvengono cose simili ad esempio nelle autostrade che portano a Calais ma anche in Belgio e in Olanda”.

Ma perchè vogliono andare in Inghilterra? “Qui in Francia, come da voi in Italia, il sistema d’accoglienza per i richiedenti asilo è pessimo: possono passare anche mesi prima di poter fare domanda d’asilo e, una volta fatta la domanda, passano ancora altri mesi prima di poter avere un alloggio”. Come afferma Philippe, il sistema d’asilo francese in effetti presenta grosse criticità: in alcuni casi ci vogliono 4 mesi solo per presentare la domanda d’asilo e l’intero iter per la valutazione della domanda stessa può durare fino a 2-3 anni. Inoltre solo ad un terzo dei richiedenti asilo viene offerto un alloggio e sono assenti o carenti i servizi di assistenza socio-sanitaria. “L’unico modo per far valere i propri diritti è fare ricorso presso un tribunale e vincere il ricorso. Ma quanti migranti possono permettersi un avvocato?”, ci dice con amarezza Philippe. E tutto questo in un Paese, la Francia, che accetta solo il 30% delle richieste d’asilo esaminate.

Quindi il sistema d’asilo francese dissuade nei fatti i migranti dal rimanere nel Paese. Eppure molti di loro, seppur non la maggioranza, hanno chiesto lo stesso asilo in Francia rinunciando a tentare (o ritentare) la traversata della Manica. Nella “giungla Tioxide”, che prende il nome dalla fabbrica chimica che sorge nelle vicinanze, ne incontriamo due, provenienti dal Sudan, e dalle loro parole emerge la rabbia e la frustrazione per la condizione di assoluto abbandono in cui vivono. “Abbiamo fatto domanda d’asilo qui in Francia quattro mesi fa e guardate dove siamo ancora. Viviamo in quella tenda, è orribile. Con questo clima o moriamo di freddo o accendiamo un fuoco dentro le tende rischiando di soffocare o di far prendere fuoco alla tenda. Non si può vivere così”. Come loro altri si lamentano dei tempi infiniti di attesa di un sistema che, come il nostro, garantisce diritti solo sulla carta.

E poi ci sono quelli, la maggior parte, che si svegliano la mattina con due speranze. La prima, riuscire ad attraversare la Manica nascosti dentro un camion. La seconda, di “riserva”, non essere malmenati dalla polizia o dagli stessi trafficanti.

Ma per la stragrande maggioranza dei migranti entrambe restano speranze vane. Ci provano in tutti i modi ad attraversare quella maledetta striscia di acqua che li separa da Dover ma il sistema militare-repressivo messo in atto grazie al lavoro congiunto di Francia e Regno Unito rende quasi impossibile l’impresa.

Stiamo qui, vicino al porto, e la sera aspettiamo di salire sui camion che si imbarcano dentro le navi che attraversano la Manica” ci dice S., un giovane siriano accampato con altri connazionali davanti l’ingresso di una chiesa adiacente l’area portuale. “Proviamo ad infilarci dentro o ad aggrapparci con le braccia alle travi sotto i camion”.

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E un altro siriano, A., aggiunge “Ci proviamo tutti i giorni e alcuni provano ad aggrapparsi ai camion anche fuori Calais: un mio amico ha fatto più di 300 chilometri dal Belgio a Calais aggrappato ad un camion e l’hanno beccato poco prima di arrivare in Inghilterra”. Altri due siriani aggiungono: “È molto pericoloso provare ad andare con i camion perchè dentro il porto di Calais la polizia controlla tutto e se ti scovano spesso ti picchiano. Ma col treno è ancora peggio perché lì i controlli sono ancora maggiori e non hai possibilità di farcela”.

Come se non bastasse ci sono anche i trafficanti, piazzati in prossimità dei parcheggi dei camion dentro l’area portuale. A., un uomo siriano, ci dice :“I trafficanti ci chiedono cifre enormi per passare la Manica. Ad esempio a me hanno chiesto mille euro”. E in alcuni casi commettono anche violenze nei confronti dei migranti “colpevoli” di non pagare loro le cifre richieste. “I trafficanti controllano i parcheggi dei camion e ti picchiano se provi a salire senza il loro permesso. A volte infieriscono su di noi insultandoci e deridendoci con frasi tipo “oggi non si passa, riprova domani” ci confessa M., un giovane afghano.

Parole ed esperienze che sentiamo anche dai migranti della “giungla dei sudanesi”, chiamata così proprio perché abitata principalmente da persone provenienti dal Sudan.

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Sono quasi tutti scappati dal Darfur e adesso anche loro sperano nel camion giusto che possa cambiare il corso della loro vita. La loro giungla è una tendopoli dietro un ipermercato alla periferia di Calais e costeggia l’autostrada dove passano i camion che vanno verso l’Inghilterra. “Di solito aspettiamo ai bordi dell’autostrada i camion e proviamo ad entrare ma è molto difficile. E poi qui abbiamo avuto molti problemi con le forze dell’ordine: in più di un’occasione alcuni poliziotti hanno “giocato” con noi inseguendoci e spingendoci in mezzo alla strada proprio mentre passavano i camion. Un ragazzo sudanese stava per essere schiacciato e si è salvato per un pelo, e intanto i poliziotti ridevano”3. Quindi incontriamo un gruppo di sudanesi arrivati in Italia nascosti nelle navi che dalla Grecia arrivano a Venezia e Ancona. Anche loro come gli altri ci accolgono con allegria e affetto e ci invitano a prendere un tè. Sono felici di poter parlare con noi e ci fanno incontrare altri loro amici della giungla. Alcuni sudanesi si spostano tra questo spazio e lo squat “Galloo”, un capannone abbandonato dove vivono migranti e anche alcuni attivisti No Border.

Proprio gli attivisti hanno organizzato lì per la notte di Capodanno una piccola festa invitando i migranti presenti in tutta la città. Un po’ di musica, di canti e di socialità per provare a sentirsi “normali” anche se ovviamente nessuno ha una gran voglia di festeggiare. Anche perchédurante le festività natalizie il numero di camion e di navi che attraversano la Manica diminuisce e quindi i migranti hanno meno possibilità.

Sempre nello squat Galloo incontriamo un altro gruppo di sudanesi che ci chiede : “ma vi sembra giusto che debbano prenderci le impronte digitali in Italia? Noi non vogliamo restare in Italia”. Come dargli torto? Calais è piena di migranti “vittime” del Regolamento Dublino, che li obbliga a chiedere asilo nel primo paese dell’Unione Europea in cui vengono schedati. “Il marchio della vergogna. Così chiamiamo noi sudanesi le impronte digitali che ci vengono prese in Italia” ci dice mostrando i polpastrelli. Mentre parliamo ci offrono una zuppa e del pane e alcuni di loro ci raccontano che fanno spesso la spola con Parigi dove dormono per strada con altri connazionali. Molti di loro provano da almeno due mesi a raggiungere l’Inghilterra perché “lì si sta meglio, lì ti danno una casa e non è come qui in Francia dove i richiedenti asilo dormono per strada”. E le loro parole sono quelle di tutti i migranti che incontriamo nei nostri tre giorni nella città-limbo.

Tra gli accampamenti il più esteso è la giungla Tioxide. In pratica è diventata una piccola città fatta di tende. Al centro c’è un campo da calcio e hanno persino costruito, sempre con teli di plastica e cartoni, una chiesa ortodossa e una moschea. Incontriamo S., un uomo etiope cacciato prima dal suo paese e poi anche dal Sudan, perché “colpevole” di condurre un programma radiofonico dove criticava la corruzione dei politici. Costretto a rifugiarsi a Tripoli e dopo aver perso la moglie durante il viaggio verso la Libia, è arrivato a Lampedusa fuggendo dalla guerra civile libica ma non riuscendo a portare la sorella con sé e non sapendo tuttora se è ancora viva. Adesso vuole andare in Inghilterra e provare ad avere notizie della sorella. Sospeso anche lui a Calais, ci mostra con orgoglio la piccola tenda-chiesetta con dentro alcune decorazioni e immagini sacre. Poi ci fa vedere una copia della Bibbia e ci dice “abbiamo solo questa e quindi abbiamo deciso di fare un quiz sui personaggi della Bibbia e chi sarà più bravo avrà come premio questa Bibbia”. Poi aggiunge: “Questa chiesetta e il coro che abbiamo organizzato hanno rasserenato gli animi dopo alcuni conflitti tra eritrei ed etiopi nelle ultime settimane”.

Qualche metro più in là un bimbo di 8 anni gioca a calcio. E lì con la madre e anche loro due provano come gli altri a raggiungere l’irraggiungibile Inghilterra.

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Più tardi incontriamo un gruppo di ragazzi pakistani. Parlano bene l’italiano e due di loro hanno addirittura ottenuto in Italia la protezione sussidiaria (3 anni) ma, come tutti quelli che sono passati dall’Italia, ci dicono “il vostro è un bel paese ma non c’è lavoro”. Uno di loro due non è riuscito nemmeno ad andare in Irlanda perché a Dublino, vedendo la sua nazionalità, hanno immediatamente pensato volesse andare in Inghilterra. Sentendoci parlare in italiano si uniscono alla conversazione alcuni ragazzi provenienti da Guinea, Mauritania e Ghana. Sono tutti giovanissimi e uno di loro inizia a parlarci con un perfetto italiano “Siete italiani? Io ho vissuto diversi anni in Italia”. Ci racconta di essere arrivato in Europa per aiutare la sua famiglia rimasta in Guinea ma le cose non sono andate come sperava. “Prima volevo costruirmi una vita e aiutare la mia famiglia. Adesso provo solo a reggermi in piedi, a non cadere” ci dice, ma lo dice col sorriso e la vitalità di chi ha ancora la forza e l’ottimismo per credere che le cose possano cambiare.

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Con noi c’è Philippe, che proprio nella giungla Tioxide sta iniziando le sue lezioni di lingua francese in una piccola ma curatissima tenda-scuola con alcune sedie, un tavolo e due lavagne. “Alcuni di loro vogliono restare in Francia e in ogni caso è importante per tutti loro conoscere un po’ il francese per comunicare con la gente locale e per far valere i loro diritti”.

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Poco dopo arriva Chiara, un’attivista italiana che da anni offre supporto ai migranti e denuncia le violenze della polizia. “Qui le forze dell’ordine fanno ciò che vogliono: insultano, picchiano e compiono ogni tipo di abuso. I peggiori sono i CRS, la polizia antisommossa”. Ma non vengono mai denunciate queste violenze? “No perché è molto difficile qui avviare un’azione legale contro la polizia. Bisogna riuscire a fare dei video che mostrino bene quanto accade e comunque la situazione di precarietà e fragilità dei migranti rende complicato un loro coinvolgimento in un’azione legale contro le forze dell’ordine”. Sempre Chiara esprime preoccupazione per la presenza crescente di gruppi xenofobi di matrice neofascista che organizzano manifestazioni in città e che compiono atti di violenza contro i migranti.

Gli stessi migranti ce lo confermano. Tre ragazzi afghani ci raccontano: “l’altra sera la polizia è venuta verso di noi mentre eravamo fermi a chiacchierare, hanno preso un nostro amico, l’hanno costretto ad entrare nella loro auto e l’hanno pestato”. Uno di loro aggiunge: “sono cose che fanno spesso e a volte usano anche i gas lacrimogeni. L’hanno usato anche con me un giorno. Stavo bevendo un po’ di acqua vicino alla mia tenda nella giungla Tioxide, si sono avvicinati e ridendo mi hanno spruzzato il gas negli occhi”.

E i gruppi neofascisti? “Si, ne vediamo qui in città” ci rispondono due ragazzi afghani, “un paio di volte si sono avvicinati a noi e ci hanno insultato e ad altri ragazzi sappiamo che hanno fatto di peggio prendendoli a calci e pugni”.

Gli attivisti No Border hanno denunciato le ripetute violenze di questi gruppi che di solito aggrediscono migranti e attivisti che girano la sera in città da soli. Solo nelle ultime settimane sono state decine le aggressioni fisiche tra cui quelle a un uomo sudanese appena uscito dall’ospedale, a un ragazzo afghano che dormiva da solo e ad un attivista che stava rientrando a casa. Sono persino arrivati a lanciare delle bombe molotov dentro uno squat abitato da egiziani.

Qui non abbiamo scampo: se andiamo in giro in gruppo ci dicono che siamo delle bande di ladri e criminali, se andiamo in giro da soli veniamo aggrediti e picchiati”, sintetizza con grande amarezza
un uomo sudanese col quale ci fermiamo a parlare. “Ecco, quello che voi potreste fare per aiutarci è molto semplice: andare a parlare con la gente del posto e con tutti quelli che conoscete per dire loro che noi siamo persone normali, non vogliamo fare del male a nessuno ma solo sperare di poter vivere una vita migliore”4.

Lasciamo Calais la mattina del primo gennaio. Per tutti loro inizia un nuovo anno, un altro anno in cui proveranno a uscire dal limbo e a vivere come si meriterebbero, da esseri umani.

Perché, prima di qualsiasi altra cosa, è questo che chiedono: essere considerati e trattati come essere umani, avere il diritto di esistere.

E avere, nonostante tutto e tutti, il diritto di sperare.

Per informazioni e aggiornamenti sulla situazione a Calais e dintorni:

https://calaismigrantsolidarity.wordpress.com/ (English)

https://passeursdhospitalites.wordpress.com/ (Français)

1 il rapporto di Human Rights Watch sulle violenze subite dai migranti a Calais

2http://www.bastamag.net/Exiles-en-France-ils-se-sont: il 15 marzo uno dei ragazzi incontrati dal giornalista Olivier Favier ha raggiunto l’Inghilterra

3http://www.liberation.fr/societe/2015/01/20/violences-policieres-contre-les-migrants-de-calais-le-rapport-qui-matraque_1184417https://passeursdhospitalites.wordpress.com/2015/03/06/les-violences-policieres-saggravent/. Le violenze e le vessazioni delle forze dell’ordine nei confronti dei migranti sono all’ordine del giorno, come testimoniano le denunce di attivisti e media.

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