Il razzismo, i pogrom e la posta in gioco (di TUTMONDA)

Una bambina di 10 anni muore tra le braccia dei suoi genitori su una barca stipata di gente in mezzo al Mediterraneo. Muore perché è diabetica e l’insulina che potrebbe salvarla è stata gettata via dai trafficanti.

Tutto a posto. I cattivi trafficanti sono i colpevoli. Gli unici. Troppo complicato spiegare che un semplice visto di ingresso per l’Europa avrebbe potuto evitare la partenza di quella famiglia da Alessandria d’Egitto. Pensate, solo per l’ultimo tratto, quello della traversata in mare, avevano speso 3000 euro a persona. Erano sette.  Un patrimonio regalato alle mafie che gestiscono la tratta dei profughi e che sarebbe invece entrato con loro nel territorio europeo, permettendogli di vivere per mesi una vita dignitosa senza chiedere nulla a nessuno. Ma gli esecutori materiali del delitto non siamo certo noi. Anche questa volte possiamo restare spettatori con la coscienza pulita di fronte a una storia che può addirittura  commuoverci senza responsabilizzarci minimamente.

E poi, se quella ragazzina fosse giunta a destinazione, forse si sarebbe sentita dire, un giorno, che non c’è tanto spazio per quelli come lei. Se lo sarebbe sentito dire col sorriso sulle labbra e i modi diplomatici della cancelliera di una superpotenza europea, oppure tra le urla, i roghi e gli inni nazionali dei neofascisti di casa pound o di Forza Nuova  in Italia.

Linguaggi formalmente diversi per un messaggio unico, quello che sta prevalendo ovunque. C’è chi parla e chi agisce. Nello stesso vortice crescente di abbrutimento.

Come quando Salvini dice che non giustifica nessun atto di violenza, e però la incita continuamente, la legittima, con lascivia la evoca in ogni sua apparizione televisiva.

E nelle sue incursioni al Cara di Mineo e negli altri luoghi dello scandalo dell’ “accoglienza” l’unica cosa che questo pericolosissimo imprenditore della paura e amministratore dell’odio è in grado di dire è che, se c’è Mafia Capitale, l’origine del problema è che ci sono gli immigrati. Tolti loro l’Italia non sarebbe più un paese di mafiosi e di corrotti. Tolti loro sì che si starebbe bene.

E però, meno male che ci sono loro, giusto Salvini? perché tu non esisteresti altrimenti.

State giocando col fuoco. Regalando a migliaia di persone in Italia senza più niente o quasi da perdere quel brivido che solo l’unione contro un perfetto capro espiatorio può darti. Il conforto di sentirsi dalla parte della maggioranza, di ascoltare quei discorsi insensati, come una parola d’ordine, rimbalzare di bocca in bocca, e rifugiarsi in essi per cercare almeno un briciolo di identità, come quella che si ritrova dietro un braccio teso mentre si scandiscono cori di guerra.  E allora meglio bruciarli i mobili destinati a servire ai profughi da alloggiare nelle palazzine di Treviso. Meglio darli alle fiamme piuttosto che darli a “loro”. Lo faranno i “militanti” più esperti, mentre la gente “comune” resterà ipnotizzata in quell’esaltazione, come un rito tribale. Per fermare “l’invasione”. L’invasione di poco più di cento persone che vanno a occupare uno spazio lasciato all’abbandono, senza neppure l’energia elettrica.

La percezione è comunque di qualcosa che viene tolta a “noi” per darla a “loro”. Come fossa colpa “loro” se siamo alle prese con mutui impossibili che non riusciamo più a pagare. Come fosse colpa loro se le tasse rendono irrisori i guadagni, se la precarizzazione del lavoro è diventata l’unico modello esistente, se viviamo città sempre più insicure e incattivite dentro le quali i “nostri” ragazzini si riuniscono in branco per andare a bastonare la gente per strada.

Bambina siriana che non sei mai arrivata sulle coste italiane, almeno ti sei risparmiata questo spettacolo. Il “nostro” spettacolo. Almeno, dopo la guerra e la paura, non hai dovuto subire l’onta, l’umiliazione, anche qui, nel luogo in cui avresti dovuto sentirti, finalmente, salva.

E magari avresti sorriso, se fossi arrivata in Italia con i tuoi genitori e i tuoi fratelli. E ti avrebbero incolpato anche di questo.

Una donna – terribile il ruolo delle donne in queste prove generali di pogrom razzisti che si stanno espandendo come un contagio virale – ha detto ai microfoni della Rai accorsi a Treviso a raccogliere le voci della protesta, che “i profughi veri hanno la faccia triste, e non hanno certo i cellulari”.

Vi vogliamo tristi, di più, disperati. Vi vogliamo in ginocchio a mendicare la nostra carità. Vi vogliamo per strada sui cartoni. Ogni cosa è troppo per voi.

Senza capire che con la vostra dignità va via anche la nostra, ogni giorno.

Senza capire che vi stiamo insegnando la violenza come unica forma di sopravvivenza, ogni giorno.

Senza capire che fino ad ora avete avuto una pazienza infinita a sopportare le ingiustizie di un mondo che non ha spazio per voi oltre la miseria e la fuga.

Navigare in internet è come annegare in un mare di fango. Il razzismo è diventato il segno dell’unità del branco. Nessun ragionamento, nessun dato, può scalfire questa bestialità. In un unico calderone stanno Medici senza Frontiere, Greta e Vanessa, i profughi, i Rom, i centri sociali “di sinistra”. La gente vuole sangue, vuole morte, vuole rastrellamenti.

A Treviso alcuni erano in prefettura per opporsi a questo gioco sporchissimo sulla pelle degli innocenti. Sono stati fermati, picchiati, arrestati. Loro. Chi non voleva i profughi, chi ha acceso i roghi, ha  ricevuto invece la solidarietà dei politici del Veneto (e Zaia, ancora lì a parlare dei 17.000 immigrati che la sua Regione avrebbe generosamente accolto. Potrebbe cortesemente dire, il presidente leghista, quanto fruttano  il lavoro e i contributi di queste migliaia di persone in termini di Pil? Capiamo che sarebbero dati imprecisi, visto che tanti di loro sono sfruttati senza contratto, ma almeno sarebbe un inizio).

E noi, tutti noi che abbiamo sempre vissuto e parlato e sperato e sognato in un altro modo? Noi che abbiamo ricevuto dai nostri genitori e  insegnato ai nostri figli ideali e gentilezza, coraggio contro i potenti e dolcezza verso i deboli, noi che abbiamo studiato la storia e odiato il ruolo che da secoli hanno avuto i paesi in cui abitiamo? Noi che prendevamo parola, che scendevamo in piazza per combattere chi combatteva le guerre, per sostenere i popoli oppressi? Noi che parlavamo di migrazioni quando ancora non lo faceva nessuno, per dire che sulle politiche migratorie si stava disegnando il futuro?

Anche noi siamo stanchi, precari, sfibrati, delusi. Ma nonostante questo restiamo immuni all’odio, così diversi da chiederci se apparteniamo a una specie geneticamente differente.

E abbiamo anche solo per questo un compito, una responsabilità. Quella di ricostruire un controdiscorso di verità e delle pratiche di azione in cui ritrovare noi stessi insieme ai nostri compagni e alle nostre compagne di strada. Ogni gesto della nostra piccola vita quotidiana deve opporsi alla marea crescente della follia. Superando ideologie e divisioni, con l’umiltà di renderci comprensibili, di rivolgerci a chiunque possiamo raggiungere.

Oltre la paura, lo stupore, la frustrazione, la fatica, le nostre solitudini.

Perché la posta in gioco è troppo alta, la più alta che la nostra generazione si sia mai ritrovata davanti.

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