Sous les ponts de la Chapelle (di Filippo Furri)

chapelleFoto di Olivier Favier : http://dormirajamais.org/richesse/ 

Per raccontare la vicenda degli oltre «350 migranti de la Chapelle» e della loro erranza metropolitana iniziata a Parigi il 2 giugno scorso, con lo sgombero dell’accampamento di fortuna dove da alcuni mesi avevano trovato rifugio, sotto uno dei ponti della metropolitana aerea (linea 2) nei pressi della Gare du Nord, avevo immaginato inizialmente di costruire una mappa che ricostruisse la successione di dispersioni, più o meno violente e più o meno arbitrarie, che ha caratterizzato ogni loro nuovo tentativo di assembramento.

Una mappa del 18° arrondissement, che mostrasse i luoghi in cui di volta in volta questi ragazzi, in maggioranza sudanesi, eritrei e ciadiani, (ma anche dell’Africa dell’Ovest e del Nord) in questi giorni hanno cercato di trovare rifugio, tallonati dalle forze dell’ordine intenzionate a impedire ogni possibile perennizzazione delle loro installazioni, monitorati dalle antenne della Marie di Parigi, assistiti da associazioni e organizzazioni umanitarie, sostenuti da gruppi di militanti e attivisti dei diritti umani, osservati e raccontati dai media locali e nazionali che hanno accompagnato quotidianamente questa peregrinazione. Una mappa che avrebbe dovuto riassumere un mese di sgomberi, mobilitazioni, occupazioni, soluzioni di fortuna e mediazioni del comune, a pochi passi dalla stazione da cui partono i treni verso Calais e ai piedi della turistica collina di Montmartre.

Una mappa che avrebbe voluto anche ripercorrere brevemente la storia degli squat e delle occupazioni, degli accampamenti e dei luoghi simbolici delle lotte e delle rivendicazioni, o della semplice quotidiana sopravvivenza, di sans papiers e migranti nella Ville Lumière : la chiesa di Saint Bernard de la Chapelle, dove nel 1996 si organizzò e assunse una dimensione politica collettiva, con l’occupazione dell’edificio, il movimento dei sans papiers ; il giardino Villemin, adiacente alla Gare de l’Est, che per anni, e tutt’ora in misura minore, è stato il luogo di ritrovo e il rifugio informale di centinaia di ragazzi in particolare afghani, arrivati a Parigi dopo aver attraversato Grecia e Italia, e determinati a proseguire il loro viaggio verso nord ; questo ponte della metropolitana de la Chapelle, dove per almeno un anno fino al 2 giugno scorso, ignorati da tutti, hanno iniziato a convergere e ad installarsi in condizioni estremamente precarie giovani migranti arrivati in gran parte dall’Italia ; o ancora l’accampamento che resiste nei pressi della Gare di Austerlitz, e che a detta di alcuni potrebbe fare presto la fine di quello di La Chapelle.

Perchè Parigi, metropoli nel cuore dell’Europa, è storicamente un centro di attrazione per una umanità migrante, tendenzialmente francofona, che la raggiunge per poi istallarsi nella banlieue o nelle regioni limitrofe, magari in condizione di irregolarità amministrativa ma inserita in reti informali, familiari o comunitarie, di sostegno, con soluzioni abitative variabili, andando ad ingrossare spesso le fila delle migliaia di lavoratori in nero che alimentano l’economia francese; ma Parigi è anche, per la sua posizione di crocevia verso nord (UK) e nord-est (Belgio, Olanda, Scandinavia) un punto di agglutinamento e di ripartenza di altre traiettorie migranti, un luogo temporaneo di sosta lungo un percorso più articolato, come accade per gli afghani, più recentemente per centinaia di siriani ed ora per numerosi ragazzi provenienti soprattutto dal Corno d’Africa.

Ovviamente, la variazione della situazione lungo l’insieme delle traiettorie, e in particolare l’intensità e la frequenza dei controlli, incide e ha delle ripercussioni sull’organizzazione e sulla natura di queste agglomerazioni temporanee. L’intensificazione degli arrivi sulle coste italiane, a causa dell’aumento esponenziale di conflitti e della degenerazione degli equilibri geopolitici che hanno obbligato all’esodo e alla fuga migliaia di persone (Africa orientale, Nordafrica, Medio Oriente in generale,…), in corrispondenza della staffetta ambigua e problematica tra l’operazione italiana Mare Nostrum e le attività militari-umanitarie dell’agenzia Frontex nel Mediterraneo, ha di fatto fisiologicamente prodotto un aumento del numero delle persone che tentano di raggiungere la capitale francese.

A livello europeo, dopo l’exploit dell’operazione Mos maiorum, l’Italia ha progressivamente allentato la morsa dei controlli, sia per una incapacità strutturale che per una volontà politica di non farsi carico dell’insieme dei migranti e dei potenziali richiedenti asilo presenti sul territorio, che ora si vedono non ostacolati, se non invitati o obbligati, a lasciare il paese, verso altre destinazioni : all’impasse alla frontiera francese di Ventimiglia, con la sospensione arbitraria di Schengen in occasione dell’ennesimo vertice europeo, e con centinaia di migranti addossati agli scogli sul lungomare, corrisponde la recrudescenza delle operazioni di polizia contro i migranti installati nella giungla di Calais : il loro numero aumenta, e di fronte alla rigidità dei controlli e alla conseguente impossibilità di raggiungere la Gran Bretagna, le condizioni di sopravvivenza diventano sempre più difficili, le aggressioni a sfondo xenofobo e gli abusi delle forze dell’ordine si moltiplicano. Di conseguenza, molti migranti preferiscono attualmente, raggiunta la Francia, non spingersi il prima possibile fino a Calais ma rimanere nella regione parigina : a parità di precarietà e di disagio, la metropoli garantisce loro – o garantiva – una maggiore « protezione » rispetto ai soprusi arbitrari a cui sono soggetti nel nord, il sostegno di un rete di associazioni più densa, e una maggiore visibilità quando la situazione assume una valenza politica.

Questo a grandi linee è il quadro entro cui inscrivere la recente e non conclusa vicenda dei migranti de La Chapelle : una mappa che rendesse conto dell’insieme delle variabili storiche e geopolitiche rischierebbe di diventare illeggibile, mentre una semplice carta dei quartieri popolari di Parigi interessati da questa peregrinazione senza sosta andrebbe a sovrapporsi alle innumerevoli narrazioni di quanto accaduto e fornirebbe solo una rappresentazione visiva dell’aberrazione.

Inevitabilmente, tutti i media, e ciascuno secondo una prospettiva specifica, hanno trattato l’argomento, cercando giorno per giorno di non perdere il filo : l’ordine pubblico, l’emergenza sanitaria e le dinamiche umanitarie ed assistenziali, il diritto d’asilo e le responsabilità del governo, il ruolo della Mairie di Parigi e le posizioni collaborazioniste o antagoniste di associazioni e società civile, la visibilità concessa alle rivendicazioni dei migranti stessi e la volontà più o meno esplicita di ridurre la vicenda a una questione di sanità pubblica per disinnescarne l’evoluzione politica.

La cronaca di quanto è accaduto e di quanto accade tutt’ora è reperibile e diversificata : dal punto quotidiano di Le Monde coordinato dalla giornalista Maryline Baumard agli interventi del giornalista indipendente Olivier Favier, dai comunicati stampa di associazioni attive sul territorio agli interventi di collettivi a sostegno dei migranti, è possibile abbozzare una lettura dei fatti che vada al di là della retorica assistenziale e delle posizioni ufficiali.

Il prefetto di polizia di Parigi Bernard Boucault, per giustificare lo sgombero dell’accampamento de La Chapelle avvenuto il 2 giugno aveva invocato un « rischio di epidemia » diagnosticato e non meglio specificato dall’Agenzia sanitaria regionale : secondo il prefetto, l’evacuazione sarebbe avvenuta prendendo in conto la situazione individuale dei « circa 380 migranti presenti sul posto », in modo da distinguere tra donne con bambini da destinare a una tutela straordinaria e eventuali richiedenti asilo da inquadrare ed indirizzare ai servizi nazionali preposti al trattamento delle domande ; « le altre persone in transito verso altre destinazioni e che non vogliono presentare domanda d’asilo si vedranno offrire una sistemazione temporanea ».

Come preciserà qualche giorno dopo, in seguito all’ennesimo sgombero (Halle Pajol), il prefetto de l’Île de France Jean-François Carenco, « La Francia è una terra d’asilo non di disordini. Abbiamo trattato 471 dossier, individualmente. Sul campo di La Chapelle sono state identificate 380 persone, che non erano necessariamente le stesse. La maggior parte di queste persone non sono richiedenti asilo. Per le persone in situazione difficile, come le donne e i bambini, lo stato è presente». Per gli altri, che non prevedono di rimanere in Francia, si propone un alloggio temporaneo « per tre notti, per una settimana, il tempo che riflettano e se ne vadano ». Il pretesto epidemico diventa l’occasione per catalogare e disperdere i migranti in questione, senza una particolare progettualità a lungo termine: benché i portavoce istituzionali vantino con insistenza l’umanità della gestione della vicenda, il ricorso massiccio alle forze dell’ordine e l’accanimento contro ogni successivo tentativo di assembramento, e di conseguente mobilizzazione, testimonia più la volontà di frammentare e « nascondere » il problema, che di risolverlo.

Lo sgombero a La Chapelle del 2 giugno è avvenuto in presenza di due associazioni, France terre d’asile e Emmaus, incaricate di verificare la situazione e di valutare singolarmente i dossier dei migranti identificati : in 160 circa avrebbero potuto presentare domanda d’asilo, mentre circa 200 erano da considerare « in transito»: i primi sono stati più o meno caldamente invitati ad accettare delle soluzioni di alloggio temporanee, mentre gli altri sono stati semplicemente dispersi, allontanati senza nemmeno poter recuperare i pochi effetti personali .

Le operazioni di « ricollocamento » in strutture di accoglienza nella banlieue parigina o nell’Île de France hanno innescato una dinamica di frammentazione (da parte delle istituzioni per mano delle forze dell’ordine) e di ricomposizione (dei migranti, con il sostegno associativo) che non è ancora terminata : il 5 giugno diverse decine di persone sono state evacuate dal selciato della chiesa di Saint Bernard, l’8 giugno altri 80 sono stati allontanati dalla Halle Pajol ; temporaneamente accolti nel Bois Dormoy dall’associazione che gestisce il sito, circa 170 migranti hanno successivamente occupato una caserma di pompieri in disuso a Chateau Landon, per esserne rapidamente espulsi, sempre con la soluzione di un « ricollocamento » temporaneo sul territorio. Un successivo accampamento al Jardin d’Eole in rue d’Aubervilliers è stato a sua volta evacuato, spingendo una parte dei i migranti a ritrovarsi di nuovo in prossimità della stazione de La Chapelle, ma in un luogo diverso dal precedente, « messo in sicurezza per impedire nuove installazioni », e della Halle Pajol.

Il giornalista Olivier Favier sottolinea come le forze dell’ordine siano intervenute sistematicamente con l’intento di frammentare la comunità effimera di migranti che di volta in volta cercava di ricompattarsi: «quello che è accaduto a quel punto (dopo lo sgombero del Jardin D’Eole) è stato il tentativo di ricollocare in strutture sparpagliate sull’Île de France una buona parte dei migranti, anche se alcuni hanno rifiutato ; per una volta la polizia è rimasta a distanza, ma ha comunque accerchiato il campo in seguito. Sul posto è rimasta qualche decina di persone, e un gruppo di un centinaio di migranti si è ricostituito quasi subito. È importante insistere sul fatto che sia per quanto riguarda la prima operazione (2 giugno) che per le successive, non c’è stata la volontà di gestire l’intera popolazione del campo, anche se progressivamente la proporzione è stata più importante. L’esistenza stessa di questo campo non era stata quasi considerata, perchè gli arrivi sono costanti, ma di poche persone alla volta : così dopo un mese ti ritrovi ancora con un centinaio di persone, e se la situazione si blocca nel giro di tre mesi hai 300 persone ».

Sembra quasi che, di fronte all’impossibilità di un transito spontaneo ed autoregolato di migranti, a causa dell’aumento degli arrivi da sud e al peggioramento delle condizioni a Calais, le istituzioni stiano procedendo ad un «drenaggio artificiale», arbitrario e forzato, per impedire ogni forma di perennizzazione, ma senza assolutamente preoccuparsi della sorte delle persone allontanate dai campi spontanei che si creano di volta in volta.

La vicenda non sembra destinata a concludersi rapidamente, e intanto i media locali non mancano di sottolineare come la presenza di questi «migranti » in «situazione irregolare» diventi ingombrante per i cittadini, andando a sabotare e disinnescare le dinamiche di sostegno e di supporto che si sono articolate nei confronti dei ragazzi di La Chapelle. Al di là delle polemiche interne alle associazioni e ai militanti che hanno cercato di supportare in diversi modi le rivendicazioni dei migranti, anche con manifestazioni pubbliche di forte richiamo, segno di una difficoltà ad articolare prese di posizioni organiche e azioni coordinate, il punto cruciale della vicenda risiede nella volontà delle istituzioni di non intervenire, nonostante i proclami di umanità e di accoglienza, in modo degno – e ragionevole – ma piuttosto di disarticolare ogni possibilità di rivendicazione politica da parte degli stessi migranti, puntando su una dispersione reiterata e sempre più violenta di ogni tentativo di aggregazione. Si preferisce nascondere la questione, come è già accaduto l’anno scorso rispetto alle centinaia di siriani presenti sul territorio, ignorati fino a quando i loro insediamenti diventavano troppo evidenti e problematici, e poi dispersi.

Di fronte alla necessità impellente di ripensare le categorie di asilo e le politiche di accoglienza a livello europeo, in Francia come altrove la soluzione più facile sembra essere quella di procedere ad una sistematica invisibilizzazione del problema, che, sabotando ogni rivendicazione di diritti fondamentali da parte dei migranti ed impedendo loro ogni articolazione soggettiva e collettiva che possa assumere una dimensione politica, limita la loro presenza ad una condizione di passività di fronte al dispositivo sicuritario-umanitario istituzionale, e non fa altro che incrementare dinamiche di sfruttamento e di marginalizzazione.

Individualmente sfruttato economicamente e neutralizzato socialmente «il migrante» sembra tollerabile : esserci senza rivedicare diritti, esserci accettando lavoro nero, irregolarità amministrativa, precarietà esistenziale pare essere l’unica declinazione possibile dell’integrazione nell’orizzonte neoliberista contemporaneo ; ogni velleità collettiva, pubblica e politica non ha diritto di esistere, non ha quello che Balibar chiamava «droit de cité», non ha margini d’azione e voce in capitolo. Ed ogni volta che, contro le ingiunzioni autoritarie, simili aggregazioni spontanee ed effimere si compongono, l’istituzione interviene per preservare l’ordine, la salute pubblica, e con l’ipocrisia di un umanitarismo autoreferenziale.

Interviene per dissimulare l’ipocrisia di una retorica democratica, con l’aggravante del preteso universalismo francese, succube di esigenze economiche e pretese ideologiche, che non accetta intromissioni e alternative al «gouvernement de soi et des autres» imposto dall’alto e senza alternative. In questo senso la disgregazione violenta, compulsiva e parossistica di ogni discorso e di ogni posizione rivendicativa di diritti ritenuta «illegittima», la sua esclusione dallo spazio politico e sociale in nome di un preteso ordine democratico, evidenzia l’anossia di un sistema che si pretende insostituibile e mostra le sue incoerenze, le sue falle; ma evidenzia anche la necessità e la possibilità di articolare delle alternative possibili, organiche e condivise, da opporre alla frammentazione delle dinamiche collettive, alla anonimizzazione e alla molecolarizzazione delle esistenze.

Dividi et impera, dicevano quelli. L’unione fa la forza, dicevano gli altri…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...