Quali migrazioni, quali politiche, quale Europa (di Alessandra Sciurba)

Quello delle migrazioni – non a caso insieme alla questione greca che ha rimesso in discussione, per la prima volta “dall’alto”, le politiche dell’austerity e le stesse fondamenta democratiche dell’Unione europea – è oggi il fenomeno più discusso ad ogni livello. Dalle camere dei governi nazionali ai consigli europei e alle sessioni dell’Onu, da tutti i talk show televisivi ad ogni telegiornale, fino agli autobus e ai bar delle nostre città.

Ma siamo davvero di fronte a qualcosa che ha un tale impatto sulle nostre vite da richiedere questo tipo di attenzione politica, mediatica, popolare?

In un certo senso sì, assolutamente. In un altro no, per nulla.

Sì, perché 50 milioni di persone sono ad oggi state costrette ad abbandonare le proprie case da guerre, persecuzioni, terrorismi. Il più grande numero di profughi almeno dal secondo dopoguerra.

No, perché l’Europa non è minacciata in alcun modo da questo movimento di migranti che pure, insieme alle altre zone del mondo fortemente industrializzate, ha contribuito a costringere alla fuga proprio per le sue politiche di guerra e saccheggio delle risorse che non hanno mai avuto soluzione di continuità.

L’85% di quei 50 milioni di profughi si trova infatti nei paesi limitrofi a quelli di origine, e la stragrande maggioranza nei cosiddetti “paesi in via di sviluppo”. E questo perché chi è costretto a fuggire dalla propria terra, solitamente, si ferma non appena trova un po’ di sicurezza, sperando un giorno di potere fare ritorno. E anche in situazioni come quella dei profughi siriani, che forse per decenni non avranno una casa in cui tornare, l’Europa è l’ultima ratio.

La Turchia e il Libano, da soli, ospitano 3 milioni di persone in fuga dalla Siria, mentre sono solo 270.000, secondo le statistiche dell’UNHCR, i cittadini e le cittadine siriani che hanno fatto richiesta di asilo in uno degli stati europei.

Nel 2014 sono arrivate in Europa dal Mediterraneo circa 219.000 persone, una minoranza delle quali sono rimaste in Italia. Numeri irrisori, se si pensa che, secondo le stime dell’Onu, l’Unione europea avrebbe le risorse per accogliere più di un milione di profughi per diversi anni senza intaccare minimamente il livello di vita dei propri abitanti già stanziali. E si tratta sicuramente di una stima al ribasso, calcolata sulla misura dell’inadeguatezza delle politiche di accoglienza e del sistema di speculazione che, in moltissimi casi, le contraddistingue.

Ma allora perché poco più di 100 profughi, tra cui donne e bambini, che rimangono per qualche giorno alla frontiera di Ventimiglia reclamando il loro diritto a costruirsi un progetto di vita, a raggiungere le famiglie già arrivate, a ricevere protezione internazionale, diventano un caso diplomatico dirompente? Perché una notte intera di lavori al Consiglio europeo è spesa per raggiungere il risibile obiettivo della distribuzione di 40,000 rifugiati nell’Ue, presentato da Renzi e dalla Mogherini come una rivoluzione di solidarietà?

Quale partita si sta giocando su quei corpi? Sui loro diritti? Sulla loro narrazione?

Molte, di diverso livello.

Innanzitutto, le campagne politiche si fondano su questo: chi più usa il cosiddetto “pugno di ferro” rispetto al tema, più acquista consenso e viene votato. Tra i tanti pensatori che dall’epoca classica ad oggi hanno disvelato il principio del divide et impera nelle sue diverse declinazioni, Michel Foucault è forse quello che più di ogni altro è riuscito a spiegare fino a che punto operare una cesura biologica tra chi deve vivere e chi può essere lasciato morire, all’interno di ogni società, sia un potentissimo strumento di governo della popolazione.

Recenti statistiche dimostrano che l’immigrazione e la sicurezza sono ad oggi la prima preoccupazione della maggior parte della popolazione italiana. Temi che hanno concretamente sfiorato l’esistenza di una parte infinitesimale dei cittadini e delle cittadine che abitano questo paese. Eppure, l’ansia di una paventata invasione è più forte della certezza concreta di essere stati derubati e impoveriti da un sistema economico che ha salvato le banche e non le persone. La paura immaginata è più forte e gravida di conseguenze degli effetti reali della devastazione del modello sociale europeo e dell’austerity su milioni e milioni di famiglie.

Hannah Arendt, e qui si innalza il livello della posta in gioco dietro le politiche e le retoriche che stanno ad oggi strumentalizzando le migrazioni, ci ha raccontato a lungo quanto la crisi economica diffusa dell’inizio del ‘900, e poi quella vissuta dalla Germania tra le due guerre mondiali, sia stata il terreno fertile sul quale sono cresciute le erbe marce del razzismo e dell’intolleranza verso pericoli inesistenti, irrazionali, costruiti ad arte.

In quel tempo, ci dice Arendt, si mescolò l’odio antisemita a quello per milioni di apolidi e sfollati della prima guerra mondiale, diventati ‘schiuma della terra’ che nessun paese voleva accogliere. In quel momento, ci dice ancora, i diritti umani persero la sfida epocale di proteggere milioni di individui da uno sterminio senza precedenti, dopo che queste persone, prive di cittadinanza (anche gli ebrei prima di essere internati nei lager perdevano formalmente la loro cittadinanza), erano state ritenute e definite ‘superflue’, senza un posto nel mondo che non fosse quello dei campi utilizzati come ‘surrogati di patrie perdute’.

Ebrei, apolidi, rom e altre minoranze, rappresentavano veramente all’inizio del Novecento una minaccia per l’Europa?

Allo stesso modo, ad oggi, i profughi che occupano tutte le prime notizie dei giornali e dei telegiornali, sono veramente il problema delle nostre società corrotte, disgregate, ingiuste, piene di solitudine?

Si tratta, ovviamente, di domande retoriche.

Ma Norberto Bobbio diceva che un pregiudizio è diverso da un’opinione erronea perché quest’ultima viene corretta dall’acquisizione di nuove informazioni, mentre il pregiudizio non è confutabile neppure a fronte di dati oggettivi che dovrebbero smentirlo privandolo di ogni fondamento razionale. Perché il pregiudizio risponde esattamente a ciò che vogliamo sentire e pensare, proviene da un certo tipo di istinto e non dalla ragione.

Su questo giocano le propagande politiche che confondono le cifre e inghiottono la dignità e la specificità di ogni persona. Quando il presidente della regione Veneto dichiara che il suo territorio accoglie il maggior numero di immigrati e che quindi ha il diritto di chiudere la porta ai profughi, ad esempio, non dice che la cifra portata a dimostrazione di questa affermazione è data dalla somma di un numero estremamente residuale di richiedenti asilo e della maggior parte di migranti residenti da anni, che contribuiscono enormemente al Pil della Regione e alla sua tenuta demografica, producendo costantemente ricchezza.

Allo stesso modo, le cifre dell’ ‘invasione’ dal mare non sono mai messa a confronto coi numeri generali di profughi e sfollati che non raggiungono e non raggiungeranno mai l’Europa. In maniera simile, non viene mai detto che quei famosi 35 euro che nelle narrazioni comuni sarebbero la principale fonte di ingiustizia sociale nel momento in cui vengono dati ai richiedenti asilo, danno invece reddito a migliaia di italiani e italiane impegnate nel terzo settore, quando non finiscono ad alimentare reti criminali come quelle di Mafia Capitale. E per lo stesso tipo di principio, si arriva a dire che l’unico modo di combattere gli scafisti nel Mediterraneo sarebbe niente poco di meno che il bombardamento dei barconi quando ancora si trovano in territorio libico (un’aggressione di guerra, praticamente, che nessuno ha mai davvero pensato di poter mettere in atto), mentre il traffico di esseri umani non esisterebbe senza le politiche europee, in vigore da decenni, di totale chiusura delle frontiere rispetto agli ingressi legali.

Ho voglia di raccontare, tra le tante che in questi mesi chiunque potrebbe ascoltare se ne avesse voglia, una storia emblematica di tutto ciò che sto dicendo.

Saida ha 18 anni ed è eritrea. È arrivata in Italia sui gomiti. Letteralmente. L’ho incontrata per la prima volta in un ospedale di Palermo. Con la spina dorsale spezzata in due parti. E nessuna speranza di tornare a camminare. La colonna vertebrale, dopo la rottura, si era calcificata ad angolo retto, irrimediabilmente fuori dalla pelle squarciata, all’altezza dei reni, nel corso dei mesi che Saida aveva trascorso dentro un capannone a ridosso di una spiaggia libica. I trafficanti l’avevano lasciata lì a lungo prima di metterla su una barca di quelle che partono verso l’Italia. Forse perché cercavano di approfittare il più possibile dei soldi che la sorella di Saida mandava dalla Svezia. Dalla Svezia? Esattamente. La famiglia di Saida era quasi tutta lì, da molto tempo. Due sorelle, il padre, un fratello, da anni. Nel campo profughi in Sudan erano rimaste solo lei e la madre, in attesa dei visti per potersi ricongiungere coi loro familiari ormai tutti riconosciuti come rifugiati in uno dei paesi più ricchi dell’Unione europea. Ma l’ambasciata svedese in Sudan aveva concesso il visto alla mamma, e non alla figlia, diventata ormai maggiorenne. E così Saida era partita da sola, a piedi, affidandosi ai contrabbandieri, per lasciare che sua madre prendesse un aereo e ritrovasse gli altri suoi figli e il marito, mentre lei avrebbe cercato di raggiungere la sua famiglia seguendo il percorso assurdamente imposto alla maggior parte dei profughi. Attraversato il confine, era salita su uno di quei camion che in Libia trasportano gli esseri umani diventati merce. E poi il camion si era ribaltato. E Saida era rimasta a terra.

Quando la guardia costiera aveva accostato la sua barca, lei non era riuscita a spiegare che non poteva né alzarsi né mettersi seduta. Il suo posto, da sdraiata, era costato tre volte di più degli altri.

Adesso Saida è in Svezia. Il regolamento 604/2013, la cosiddetta Dublino III, per lei, ha funzionato al contrario rispetto a come agisce di solito per tanti altri: l’ha portata alla fine dove voleva arrivare. Perché tra i criteri atti a definire lo stato competente a esaminare una richiesta di asilo c’è quello della presenza di familiari già riconosciuti rifugiati o comunque legalmente residenti. Saida ha esercitato alla fine un diritto che ha sempre avuto. Ma per farlo ha dovuto consegnare decine di migliaia di euro ai trafficanti, restare mesi immobile, da sola, in un angolo, senza potersi cambiare, lavare, spostare per espletare i propri bisogni. E ha dovuto perdere l’uso delle gambe. Tutto, perché la Svezia, attraverso la sua ambasciata in Sudan, non le ha consegnato un pezzo di carta.

Lo stesso pezzo di carta che eviterebbe ad altre migliaia di persone come Saida, a costo zero per i paesi di arrivo, di raggiungere l’Europa senza arricchire i criminali, senza aggiungere dolore a dolore e sofferenza a sofferenza, senza rischiare di morire.

La signora in ospedale che stava di fronte a lei mi ha detto un giorno: che bella questa ragazzina, non come quelli che arrivano con le barche e che ci stanno invadendo.

Quando le ho spiegato che stava proprio guardando il volto, le mani, il sorriso di ognuna di quelle persone osservando Saida, le sono come d’improvviso crollati tutti i punti di riferimento.

Sono uomini, donne, bambini e bambine, ragazze come Saida quelli che raggiungono in questo momento l’Europa, attraversando il Mediterraneo oppure a piedi, dall’altrettanto pericolosa via dei Balcani (http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/487212/L-inferno-dei-profughi-sulla-rotta-dei-Balcani-tra-pestaggi-e-respingimenti ). Tutte persone il cui viaggio traumatico potrebbe essere evitato dalla concessione di visti d’ingresso nelle ambasciate dei paesi limitrofi alle zone di conflitto. Arriverebbero “in piedi” e, anche guardando dal cinico punto di vista del bilancio costi benefici, con molte più risorse, economiche e umane, da investire nel territorio europeo per ricominciare una vita.

Ma quale leva demagogica resterebbe allora ai governi per spaventare e governare la loro popolazione? Dovrebbero iniziare a quel punto a parlare dei problemi reali che hanno creato, e non rifugiarsi nelle ansie costruite ad arte.

E nel frattempo, la principale scusa dei decisori politici per continuare nelle loro (solo apparentemente) irrazionali scelte sulle migrazioni è che bisogna distinguere i “veri profughi” dai cosiddetti “migranti economici”, nonostante ormai tutti i rapporti ufficiali concordino nel dimostrare come le nuove migrazioni verso l’Europa siano principalmente causate dai conflitti in atto, mentre le persone che nei decenni precedenti migravano verso il vecchio continente avendo altre possibilità di scelta stanno drasticamente diminuendo a partire dall’inizio della crisi nel 2008.

Su questa falsa e strumentale divisione tra veri e falsi profughi si producono le proposte, come un infernale domino, di campi di smistamento da piazzare sempre più a sud: in Italia e Grecia secondo i paesi nord europei; in Nordafrica, a sentire quelli dell’Europa meridionale. Sulla stessa divisione si stanno in questo momento producendo, per chi riesce a sopravvivere alle frontiere imposte e a presentare domanda di protezione sul territorio europeo, centinaia di migliaia di dinieghi alle richieste di asilo.

Persone estremamente vulnerabili che stanno entrando a far parte della marginalità delle nostre città – specie se diniegati e quindi clandestinizzati – tentando di togliere loro insieme ai diritti anche la dignità, trasformandoli, anche esteticamente, nello stereotipo usato per stigmatizzarli: “poveri, incivili, parassiti”. Mentre i tabù del razzismo e della discriminazione, stabiliti dopo l’orrore dei totalitarismi del 900 come tanti “mai più” dalle costituzioni europee e dai testi internazionali sui diritti umani (sanciti come universali e inalienabili), stanno crollando ad uno ad uno.

Stiamo assistendo a risposte politiche disegnate non sulla realtà oggettiva ma su quella percepita, fabbricata artificialmente. E gli interventi in atto mirano solo a rispondere ai sondaggi delle opinioni pubbliche che, in un circolo vizioso, vengono orientati dalle retoriche politiche.

Anche l’identità dei profughi viene in tal modo modificata: non soggetti di diritto, ma al massimo persone cui concedere un’accoglienza caritatevole, dopo averle lungamente messe alla prova, dopo averle trasformate in vittime di tratta, naufraghi, malati.

E chi fallisce la prova diventa un approfittatore da rimpatriare, una minaccia da allontanare, se non un terrorista infiltrato (E qui bisognerebbe aprire una parentesi su quanto le attuali politiche europee sull’immigrazione abbiano anche l’effetto diretto di alimentare fanatismi, mentre politiche di accoglienza reale sarebbero la più grande arma per vincere, senza neanche combatterla, la guerra contro i terrorismi).

Dal punto di vista delle migrazioni e del Mediterraneo guardiamo quindi all’Europa e alla sua crisi sociale, culturale, politica, molto prima che economica e finanziaria.

Perché la modificazione antropologica dell’identità non è subita in questo momento solamente dai profughi ovunque sgomberati, guardati con sospetto, confinati in burocrazie infinite, ritenuti soggetti da lasciar sopravvivere o lasciar morire indifferentemente.

Questa mutazione sta coinvolgendo anche ciascuno di noi:

La nostra percezione della convivenza umana, narrata ormai solo come gioco a somma zero, nella guerra del tutto impari tra arricchiti e impoveriti, e in quella sempre più terribile tra poveri e poverissimi;

La nostra idea della giustizia sociale, ormai confusa con l’unico orizzonte progettuale del massimizzare le briciole lasciate cadere dal piatto di chi ha il potere di decidere, scannandosi per esse senza mai pensare che si possa combattere per cambiare il sistema di redistribuzione delle risorse;

Il fondamento valoriale dei diritti umani, corrotti fin dalla loro origine, dai recinti delle cittadinanze nazionali e dalle discriminazioni implicite nella definizione fintamente neutra del soggetto di diritti liberale, ma ancora oggi l’orizzonte più potente di rivendicazione ed eccedenza rispetto allo stesso ordine lineare che presupporrebbe la loro attivazione. Il diritto d’asilo è il loro banco di prova. Lo era stato tra le due prime guerre mondiali. Lo è adesso nel corso del terzo, inedito, conflitto globale, rispetto al quale le migrazioni sono diretta conseguenza, arma strumentale, punto di crisi, centro concreto e simbolico, a partire dal quale, obbligatoriamente, ripensare il mondo.

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