L’Europa finisce a Ventimiglia. I presupposti dell’accoglienza europea (di Neva Cocchi)

L’Europa muore a Ventimiglia. Sui due metri di scogli diventati da lunghe settimane un campo sosta spontaneo si è infranto ogni presupposto di diritto e di tutela che l’Unione Europea rappresenta agli occhi di chi è costretto a fuggire da una esistenza insostenibile.

In questo lembo di roccia stretto tra la la strada e il mare, unica striscia di terra concessa ai migranti, vige quel regime di extra-territorialità che affiora nelle zone di confine, indipendentemente dalla loro collocazione geografica e politica. Una extra-territorialità ancor più paradossale perché si manifesta nel mezzo dell’Europa, in un territorio unificato anche dai comuni interessi dell’economia turistica, dove la salvaguardia dei diritti rappresentata dalle Costituzioni di due Repubbliche democratiche dovrebbe raggiungere il suo apice. Ma questa continuità territoriale e politica improvvisamente si interrompe, i due Stati si staccano, ritirandosi all’interno del proprio confine fisico, e lasciano nel mezzo i migranti e i loro diritti.

In questo intermezzo spaziale e giuridico si ritrova interrotto anche il diritto d’asilo, nella strumentale e grottesca incertezza di chi debba garantirlo. Direttive europee in materia di asilo, trattati e regolamenti comunitari, così come convenzioni europee sui diritti umani, vengono sospese, congelate tacitamente senza alcun provvedimento formale, sulla base della controversia tutta politica tra Italia e Francia, consumata sulla pelle di poche centinaia di donne, uomini e bambini sopravvissuti alle peggiori sofferenze e oggi abbandonati sotto il sole cocente tra le macchine e il mare.

Così si suicida l’Europa, nel fallimento del Regolamento di Dublino, summa teorica e pratica del principio che accogliere i migranti autorizzi a calpestarne la volontà.

Lo stesso principio sottende d’altronde anche il programma europeo di quote di reinsediamenti (resettlements) e ricollocazioni (relocations) discusso nei vertici di Bruxelles e Lussemburgo. Mentre i migranti sugli scogli di Ventimiglia reclamavano il diritto di decidere dove vivere, il Vertice Europeo sull’Immigrazione del 25 e 26 giugno si accartocciava ancora una volta sul problema della “distribuzione”, inciampando proprio sul rispetto della “volontà/volontarietà” da parte degli Stati Membri di accettare le cosiddette quote di richiedenti asilo. E’ evidente che ci troviamo a fare i conti con l’applicazione, o l’inapplicabilità, del principio alla base del Regolamento di Dublino, ossia che la buona accoglienza passi attraverso l’annullamento della soggettività dei richiedenti asilo, così come riassunto anche dal nuovo refrain mediatico umanità-responsabilità. L’annullamento della libertà delle persone diventa allora il presupposto di ogni intervento comunitario in materia di accoglienza, non solo secondo le prescrizioni del Regolamento di Dublino, ma anche secondo le nuove ricette delle relocations e dei resettlements, che allo stesso modo stabiliscono dall’alto e unilateralmente dove (e quindi come) debbano vivere i rifugiati una volta raggiunta l’Europa. Che cada quindi anche l’ipocrisia di chi invoca le quote di Juncker e Renzi come strumento per avviare la messa in discussione del Regolamento di Dublino: perché un richiedente asilo dovrebbe gioire nel finire nella quota dell’Italia, del Portogallo, della Grecia o di Cipro quando la sua aspirazione, pagata con il rischio della morte, è quella di inserirsi in una società dove vi siano le condizioni di costruire la propria autonomia? La risposta non risulta certo rilevante per quel coro – eterogeneo e composito – che invoca la “ripartizione dei migranti” o la “assunzione della responsabilità di tutta l’Europa”, basata proprio sulla violazione del diritto di scelta che i migranti affermano. Già sono predisposti nuovi mezzi per farlo: rilevazione delle impronte digitali con metodi coercitivi, detenzione dei richiedenti asilo, ripristino del trattenimento nei CIE fino a 12 mesi, retate poliziesche e sgomberi, per non parlare delle nuove strategie di esternalizzazione delle procedure di asilo semplificate nel processo di Karthoum e nell’allestimento di misteriosi “ hot-spots” a ridosso del Sahara.

Se il prezzo dell’accoglienza è sempre stato salato per i migranti, siamo sicuri che da ora in poi lo sarà ancora di più. Non è solo il denaro estorto con il sequestro in Libia, né il costo del passaggio per attraversare il Sahara in camion o il Mediterraneo in gommone, ma è la rinuncia permanente alla propria libertà, la rinuncia ad ogni forma di autodeterminazione, la disponibilità a far mettere  attorno ai propri progetti e sogni un recinto.

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