Le catene di Dublino (di Davide Carnemolla e Anna Clementi)

Gente di Dublino. No, non parliamo del famoso romanzo di James Joyce né degli abitanti della capitale irlandese. La gente di Dublino di cui parliamo non è neanche mai stata in quella città. Si tratta delle le vittime del famigerato “Sistema Dublino”, vale a dire quell’insieme di regole e meccanismi con cui l’Unione Europea stabilisce quale Stato membro sia competente per l’esame di ciascuna domanda di protezione internazionale.

Il 15 giugno 1990, nella capitale irlandese, viene firmata una prima “Convenzione di Dublino”, poi sostituita dal cosiddetto “Regolamento Dublino II” (regolamento 2003/343/CE) fino ad arrivare all’attuale Regolamento Ue n. 604/2013, approvato il 26 giugno 2013 ed entrato in vigore il primo gennaio 2014, noto come “Regolamento Dublino III”.

Pur con alcune modifiche e revisioni, lo scopo del “Sistema Dublino”, nel tempo, si è mantenuto identico: inibire fortemente la libertà di movimento dei richiedenti asilo e dei rifugiati all’interno dell’Unione Europea.

Presentata originariamente e ipocritamente dall’UE come una normativa “accogliente” (l’obiettivo sbandierato era stabilire con precisione quale Paese dovesse accogliere le domande d’asilo assumendosene la responsabilità), ha immediatamente rivelato il suo vero volto, quello escludente e cinico di un’Europa che può accogliere ma non lo fa, o lo fa in modo residuale e secondo regole che sono in contraddizione con i diritti fondamentali di chi cerca asilo nel vecchio continente.

Si, perchè il Regolamento Dublino impone, salvo casi residuali, di presentare domanda d’asilo nel primo Paese UE in cui si arriva (che nella maggior parte dei casi è l’Italia) mettendo in secondo piano i progetti di vita dei richiedenti asilo e il loro diritto a raggiungere familiari e amici nei Paesi europei dove essi risiedono (anche se la terza versione del Regolamento ha, rispetto ai ricongiungimenti familiari, maglie un po’ più larghe).

Un palese attacco alla libertà di movimento e alla libertà di costruire il proprio futuro, libertà fondamentali di ogni essere umano ribadite “dal basso”, nel 2014, dalla Carta di Lampedusa.

E questo attacco è rivolto sia ai richiedenti asilo che a coloro che hanno già ottenuto una forma di protezione internazionale in un paese UE, dal momento che per molti di loro è estremamente complesso, quando non impossibile, soggiornare e lavorare in un altro Paese dell’Unione europea utilizzando le proprie reti familiari e amicali.

Un’altra violazione della libertà personale dei richiedenti asilo è rappresentata dalle sempre più frequenti pratiche di detenzione amministrativa dei “dublinati”, ovvero di quei migranti che, raggiunto un paese europeo diverso da quello in cui hanno fatto ingresso e in cui sono stati sottoposti al fotosegnalamento, sono in attesa di essere rimandati indietro , sulla base del Regolamento Dublino. Anche nei casi in cui, a partire dalle clausole derogatorie e discrezionali (quella di sovranità e quella umanitaria) che lo stesso regolamento prevede, i richiedenti asilo avrebbero buone probabilità di vincere un ricorso contro il loro rinvio forzato, è molto difficile per loro accedere anche a questo diritto fondamentale. E, nei casi in cui tali ricorsi vengano presentati, accade non di rado che gli stessi richiedenti asilo vengano nel frattempo respinti in maniera forzata verso il primo Paese di arrivo impedendo loro di seguire gli esiti dell’istanza rimanendo all’interno dello Stato “respingente” dove essa era stata inoltrata.

Come se non bastasse, nell’applicazione di una normativa che è discriminatoria tanto nella sua concezione quanto nella sua concreta attuazione, innumerevoli sono anche le criticità legate all’accoglienza e all’inadeguatezza o alla mancanza di supporto offerto sia ai richiedenti asilo appena arrivati in Europa che ai cosiddetti “dublinati”.

Analizzando la situazione italiana, vediamo innanzitutto come l’ “Unità Dublino”, vale a dire l’ unico ufficio di riferimento nazionale (con sede a Roma) che ha il compito di valutare tutti i casi relativi all’applicazione del Regolamento, svolga solo attività di back office, non offrendo quindi alcuna attività di informazione, consulenza e orientamento per i migranti interessati.

Poi c’è il grande e triste capitolo dell’ “accoglienza indegna” che in Italia arriva ai suoi massimi livelli. In particolare nei centri di prima accoglienza (in primis quelli siciliani) i migranti, oltre a dover spesso vivere in condizioni di estremo disagio e abbandono, nell’assenza di figure fondamentali quali mediatori, interpreti e avvocati, non ricevono quasi mai informazioni sul Regolamento Dublino, neanche quando la sua applicazione, ad esempio attraverso il ricorso alle clausole umanitarie e di sovranità,  potrebbe avere dei risvolti positivi rispetto alla loro possibilità di raggiungere altri Stati europei.

Tutti questi elementi, oltre ad avere conseguenze dirette sulla condizione psico-fisica di persone già provate da guerre e traumi di ogni genere, impediscono loro di acquisire competenze e strumenti basilari per orientarsi e per far valere i propri diritti. Anche queste profonde disfunzioni influiscono sulla scelta della maggior parte dei richiedenti asilo di cercare in ogni modo di raggiungere paesi diversi dall’Italia, in cui esista per loro la possibilità di un reale accesso ai diritti.

I principi del Sistema Dublino si basano invece sulla falsa presunzione che il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo in Europa sia uniforme e armonizzato, quando anche le più recenti sentenze della Corte europea dei diritti umani  (Sharifi c. Italia e Grecia, o Tarakhle c. Svizzera) dimostrano quanto ogni stato nazionale abbia procedure e criteri di accoglienza molto differenziati dagli altri.

E tutto ciò avviene in un contesto, quello dell’Unione Europea, che accoglie un numero assolutamente residuale di profughi. A fronte di una popolazione UE di 507 milioni di abitanti, i richiedenti asilo e rifugiati sono circa 1.800.000 (meno dello 0,4% del totale); in Italia il numero di richiedenti asilo e rifugiati si assesta sui 130.000, con un’incidenza dello 0,2% sulla popolazione totale.

Sono cifre davvero ridotte se consideriamo, giusto per citare due tra i dati più eclatanti, che nel mondo ci sono più di 52 milioni tra richiedenti asilo, rifugiati e sfollati interni ufficialmente riconosciuti e che nel solo Pakistan è presente quasi lo stesso numero di rifugiati di tutta l’Europa.

Il Regolamento Dublino è emanazione diretta della logica di una Fortezza Europa che si materializza soprattutto per i richiedenti asilo e i rifugiati (mentre per decenni ha favorito l’inclusione differenziale di altre categorie di migranti da sfruttare nel mercato del lavoro). Una fortezza che, nonostante investa nelle politiche migratorie una notevole quantità di fondi (basti vedere quanto spende l’Agenzia Frontex per le varie operazioni militari che realizza) e nonostante sarebbe perfettamente in grado di accogliere – sia in termini numerici che socio-economici – un numero esponenzialmente superiore di persone in fuga da guerre e persecuzioni, decide di istituzionalizzare la violazione della libertà di movimento di quelle poche centinaia di migliaia di richiedenti asilo che fanno ingresso nel suo territorio, rendendo la loro vita una continua odissea fatta di respingimenti, confinamenti, detenzioni.

È chiaro come oggi, alla luce dell’incremento del numero di rifugiati in fuga da conflitti sempre più diffusi e da dittature sempre più repressive, il regolamento Dublino diventi una questione centrale in ogni ipotesi di mutamento delle politiche dell’asilo.

Per evitare le stragi nel Mediterraneo e i pericolosissimi viaggi in cui centinaia di migliaia di persone mettono la propria vita nelle mani dei trafficanti (spietati e terribili, certo, ma effetti collaterali del sistema proibizionista che impedisce di raggiungere in altro modo il territorio europeo), l’unica soluzione non ipocrita e realmente rispettosa dei valori e dei diritti sui quali l’Europa pretende di fondarsi è l’apertura di percorsi di arrivo garantito, o comunque di canali di ingresso legali per i richiedenti asilo. Questo presupporrebbe, automaticamente, un cambiamento profondo del sistema dei visti che regolano l’accesso all’Europa e, evidentemente, il superamento definitivo dei principi di Dublino. Ed è anche e soprattutto questa condizione che gli Stati europei non sembrano affatto disposti ad accettare.

Ma chi sono le vittime del Regolamento Dublino? Quali sono le loro storie? Abbiamo dato voce ad alcuni di loro respinti da diversi Stati europei verso l’aeroporto di Venezia (uno dei principali transiti dei “dublinati” in Italia) e riportiamo qui le loro parole e le loro esperienze.

I racconti dei “dublinati”

Il Regolamento di Dublino? Non sapevo nemmeno che cosa fosse. Sono arrivato in Italia esausto e sconvolto dopo cinque giorni in mare. Quando ho toccato la terra coi piedi, sono scoppiato in lacrime. La polizia italiana ci ha subito preso le impronte digitali. Quando ho chiesto spiegazioni, mi è stato risposto che si trattava solamente di una formalità, che dovevano identificarmi per motivi di sicurezza. Ma che sarei potuto andare in qualsiasi altro paese europeo senza restrizioni”.

Omar*, giovane siriano della città di Idlib, non sapeva invece che proprio in quel momento si stava decidendo il suo destino. Come non lo sapevano Mohammad*, Ibrahim* e Ali*, anche loro sbarcati sulle coste italiane dopo un travagliato viaggio in mare.

Alcuni amici mi avevano detto che non dovevo lasciare le impronte, ma non ne sapevo il motivo”, racconta Ibrahim, siriano, 24 anni, della città di Homs – “Per questo ho opposto resistenza, sono stato trattenuto e picchiato e alla fine ho lasciato le impronte solamente dopo che mi era stato assicurato che servivano solo per motivi di sicurezza”.

Ali*, afghano, che da oltre 10 anni cerca un luogo sicuro dove vivere, racconta invece che la polizia italiana lo ha obbligato a lasciare le impronte sotto la minaccia di essere rispedito in Grecia.

La loro storia non inizia e non finisce qui. Mohammad, Ibrahim, Ali e Omar, in fuga da una sanguinosa guerra che ha devastato il loro paese, non volevano stare in Italia. Avevano altri piani. Volevano raggiungere i loro fratelli, i loro amici, i loro parenti che li stavano aspettando in altri paesi dell’Unione Europea. Austria, Francia, Svezia, Finlandia: queste erano le loro destinazioni. Questi i paesi in cui desideravano costruirsi un futuro. Quando hanno proseguito il loro viaggio verso nord, ancora non sapevano che il Regolamento Dublino III li avrebbe ancorati all’Italia, che li avrebbe costretti a fare richiesta di asilo nel nostro paese. E che, anche dopo aver ottenuto la protezione internazionale, non avrebbero potuto trasferirsi stabilmente negli altri paesi dell’Unione Europea.

Ibrahim continua il suo racconto. Parla del suo ‘viaggio della morte’ da Alessandria d’Egitto alle coste siciliane. 6000 dollari, 7 giorni in mare, 410 persone a bordo:

Dopo l’identificazione, sono stato rinchiuso in una specie di prigione, c’erano reti alte che mi impedivano l’uscita. Mi sono rifiutato di pagare i trafficanti che mi chiedevano soldi per farmi uscire. Di notte sono riuscito a scappare saltando da una finestra del bagno rimasta aperta. Da Catania sono andato a Siracusa, poi a Roma, e da lì in Austria. Per evitare i controlli, sono sceso dal treno e ho dormito per 3 giorni in stazione. In Germania ho fatto lo stesso, ho dormito per 2 notti per strada. Poi ho raggiunto Copenhagen e da lì la Svezia. Appena arrivato mi hanno dato da mangiare, da dormire e 700 euro come contributo spese. Dopo qualche giorno, nel momento in cui mi hanno preso le impronte, mi hanno detto che era l’Italia, e non la Svezia, che doveva esaminare la mia domanda di protezione internazionale. Non ci potevo credere. Sono rimasto in Svezia per 3 mesi in attesa che l’Italia accettasse il mio trasferimento”.

Lo stesso stupore e la stessa incredulità risuonano nelle parole di Mohammad e di Omar, entrambi provenienti dal nord della Siria, i cui destini si sono incrociati in Grecia, in una piccola grotta nell’isola di Creta dove i trafficanti concentrano i migranti in attesa di farli partire per l’Italia:

Abbiamo vissuto per un mese all’interno di una caverna, assieme a un centinaio di uomini che, come noi, stavano scappando da guerre e da persecuzioni. Le condizioni igieniche erano terribili, non avevamo né bagni, né docce, il cibo ci arrivava di nascosto durante la notte, cucinavamo sul fuoco quel poco che c’era. Abbiamo pagato 2500 euro a testa per raggiungere le coste italiane. 6 giorni in mare, su 3 barche diverse, 198 persone, di cui la maggior parte erano donne e bambini. Siamo sbarcati in Sicilia la notte del 22 luglio 2013. Dopo averci identificato, ci hanno portato a piccoli gruppi in un campo. Abbiamo dormito per terra, come animali, senza nessun tipo di assistenza. Il giorno dopo siamo scappati. C’è chi ha pagato per farsi portare fuori dal campo. Noi abbiamo semplicemente camminato davanti alla polizia che ha fatto finta di non vedere. Abbiamo preso un treno e siamo arrivati a Milano”.

Lì le loro strade si sono divise. Mohammad ha proseguito verso la Svezia. Omar verso l’Austria. Mohammad, con una carta d’identità falsa, si è imbarcato per un volo diretto in Finlandia. Arrivato lì ha stracciato il documento falso e ha consegnato la sua carta d’identità siriana. Gli hanno preso le impronte per sette volte. Gli hanno chiesto se fosse “un caso Dublino”. Era la prima volta che sentiva questa parola.

Omar ha preso il treno per Bolzano e ha proseguito fino a Innsbruck. E’ arrivato a Vienna dal fratello. Lì gli hanno preso le impronte e gli hanno chiesto se fosse la prima volta che gliele chiedevano. A quel punto è venuto a conoscenza del Regolamento di Dublino.

Stessa sorte aspettava anche Ali. Lecce, Roma, Ventimiglia e da lì in Francia. Dove gli è stato comunicato che non aveva diritto diritto di rimanere. Stessa motivazione: Dublino.

Questa è la trappola Dublino. Che costringe i migranti a chiedere protezione internazionale nel primo paese Ue di arrivo. Che vincola i loro destini, distrugge le loro aspirazioni, compromette il loro futuro diventando una vera e propria gabbia che ostacola ogni loro movimento all’interno dei paesi dell’Unione Europea. Ibrahim e Mohammad continuano la loro storia.

Ibrahim l’avevamo lasciato in Svezia in attesa che l’Italia accettasse la sua domanda di trasferimento:

A gennaio 2014 sono arrivato all’aeroporto di Venezia. I poliziotti mi hanno chiuso in una cella per ore senza dirmi niente. Poi è arrivato un interprete solo per avvisarmi che non c’erano posti disponibili in accoglienza e che mi sarei dovuto arrangiare. Ho dormito per 3 giorni per terra fuori dall’aeroporto. Poi, grazie ai contatti che avevo in Svezia, ho chiamato un siriano, anche lui richiedente asilo, che mi ha ospitato qualche giorno a casa sua, di nascosto”.

Una testimonianza simile ce la consegna Ibrahim, rispedito in Italia dalla Finlandia dopo essere stato detenuto all’interno di un campo per ‘richiedenti asilo Unità Dublino’ per alcune settimane:

Mi hanno caricato su un volo per Milano e quando sono arrivato lì mi hanno fatto compilare dei modelli dicendomi che se si fosse liberato un posto in accoglienza ne sarei stato informato. Mi hanno consegnato due buoni da 5,5€ al giorno per mangiare. Nient’altro. So che all’aeroporto di Venezia non danno nemmeno quelli. ‘E dove vado? Dove dormo?’ ho chiesto. ‘Qui sulle sedie’ mi hanno risposto. Sono stato 6 giorni in aeroporto prima che mi venisse comunicato che si era liberato un posto in un progetto a Venezia. Con me c’era una donna, anche lei vittima di Dublino, che non si lavava da giorni. Sono rimasto sconvolto dalla situazione in Europa e soprattutto in Italia. Qui c’è gente che dorme per strada – da noi in Siria è una cosa inconcepibile. Se vediamo qualcuno fuori, lo facciamo entrare in casa, gli diamo ospitalità. Qui invece ci sono tanti casi di rifugiati rispediti in Italia dal nord Europa che rimangono giorni e giorni senza un posto dove dormire. Durante l’inverno c’erano diversi siriani che dormivano nel parco di Mestre sotto la pioggia, al freddo. In Siria c’era la guerra, è vero, ma nessuno ha mai dormito per strada. Nessuno. E poi si parla dell’Europa dei diritti umani”.

Rispetto al periodo in cui sono arrivati i migranti che ci hanno raccontato le loro esperienze,  negli ultimi mesi, a Venezia, la situazione relativa all’accoglienza è in qualche modo migliorata, perché dalla primavera del 2014 tutti i “dublinati” sono stati alloggiati presso le strutture presenti nel territorio. Ma per un problema che si risolve ne restano mille altri insoluti, primo fra tutti quello concernente i tempi lunghissimi di attesa prima di incontrare la Commisione Territoriale che decide nel merito delle richieste di asilo presentate.

E’ questa la realtà. Diritti negati, calpestati, violati. Famiglie separate, aspirazioni personali e sogni infranti di fronte ad una legge europea ingiusta e discriminatoria. Ali, Mohammad, Ibrahim e Omar ricordano con angoscia e frustrazione il loro tentativo di scavalcare le mura della fortezza Europa, il viaggio in mare, lo sbarco, l’illusione di aver finalmente trovato un luogo sicuro dove vivere, il respingimento verso l’Italia.

Dopo aver ottenuto la tanto agognata protezione internazionale e il relativo documento di soggiorno – dopo lunghi mesi passati ad attendere l’audizione presso la Commissione Territoriale per vedere riconosciuto il proprio status di rifugiato – i quattro ragazzi stanno cercando di superare il travagliato passato e di costruirsi una vita qui in Italia.

Ali ha preso in affitto un appartamento e ha cominciato a lavorare. Sta cercando di mettere da parte un po’ di soldi per poter progettare il suo futuro. Ibrahim, Mohammad e Omar sono stati inseriti all’interno di un progetto del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (Sprar). Ibrahim è rimasto affascinato dall’Italia e, nonostante il disorientamento iniziale e la difficoltà, anche psicologica, di imparare una lingua nuova e di ambientarsi in un contesto totalmente diverso dalla sua Homs, ha deciso che vuole costruirsi una vita a Venezia, aprire un negozio, farsi una famiglia, mettere al mondo dei figli qui in Italia.

Mohammad ha fatto richiesta di ricongiungimento familiare e ora è in attesa che il figlio e la moglie arrivino dalla Turchia: “Sono arrivato in Italia a febbraio. E da quel momento non ho fatto altro che aspettare. Mio figlio compirà 18 anni a gennaio. Poi sarà tutto troppo tardi”.

Ibrahim invece sta ancora cercando di trovare una soluzione per ricongiungersi col fratello che vive in Austria. Per ora si è iscritto alla terza media per prendersi un diploma italiano, ha appena finito un tirocinio come pizzaiolo ed è alla ricerca di un lavoro. Ma ad una domanda non ha ancora trovato risposta:

Perchè non ho il diritto di andare a vivere in un altro paese europeo nonostante che io abbia tutti i documenti in regola e che l’Italia, che fa parte dell’Unione Europea, mi abbia concesso lo status di rifugiato? Perchè?”.

* pseudonimi

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