Interruzioni di confine. La visibilità dell’umanitario tra Triton e Mare Nostrum (di Martina Tazzioli)

        

Un documento interno UE fatto circolare da Wikileaks1 ha reso noto ciò che in maniera più velata e indiretta era stato sancito nel Consiglio UE del 23 aprile 2015: il governo delle migrazioni attraverso la guerra è diventata la ratio attraverso cui rispondere a ciò che governi e organizzazioni non-governative continuano a chiamare una “crisi migratoria”, lasciando intendere che si tratta di un fenomeno da contenere, possibilmente alle pre-frontiere dell’Europa prima che si manifesti nel Mediterraneo. Le immagini dei migranti sugli scogli di Ventimiglia “abitati” da centinaia di persone in attesa di passare il confine francese riassumono tragicamente la dimensione duplice della crisi, la quale al tempo stesso indica anche l’impasse di ogni possibile governo delle migrazioni europeo; e che tuttavia si materializza bloccando indefinitamente ai confini, o dando la caccia ai “passatori” che tentano di arrivare a Mentone senza essere “rimbalzati” oltre confine dalla polizia francese, o di entrare in Italia dalla frontiera di nord-est. Un governo (delle migrazioni) attraverso la guerra che, stando alle fantasie governamentali, si presenta in realtà come una guerra ai “trafficanti” in difesa dei migranti. Una guerra di rimando dunque, dove la figura del passeur, dello smuggler, permette facilmente di mantenere l’umanitario all’interno degli ingranaggi della macchina governamentale (“i migranti devono essere sottratti ai trafficanti d’uomini”) “salvando” le persone in fuga dai conflitti bloccandole prima che diventino vite naufraghe da non poter lasciare morire. La stessa operazione Mare Nostrum in realtà si propoenva con la duplice funzione di soccorrere e identificare, portare in salvo i rifugiati e arrestare i facilitatori blocando le navi madre2. Il governo (delle migrazioni) attraverso la guerra comporta la costruzione di pre-frontiere ai confini dell’Europa, o per meglio dire la costruzione di confini europei interni ad altri stati sulla sponda sud del Mediterraneo. Un sistema di blocchi e pre-frontiere che all’esternalizzazione dei controlli di confine accompagna il tentativo di esternalizzare le procedure di asilo, campizzando le persone in fuga dalla Libia in paesi di transito come la Tunisia. Ma, al fine di non riproporre un’immagine del Mediterraneo attraverso le stesse fantasie governamentali dei piani europei, dovremmo prima di tutto provare a destabilizzare le nostre griglie analitiche complicandole con le resistenze di quei paesi con cui l’Europa ha stabilito politiche di vicinato. Piú in generale, si tratta di guardare ai programmi europei di esternalizzazione attraverso i modi in cui le politiche di controllo sono viste e agite in quegli stessi stati che visti dalla sponda nord del Mediterraneo si presuppone essere fino in fondo “attori a contratto” della governance europea delle migrazioni. A due anni dall’inizio dell’operazione Mare Nostrum, in cui la “buona” scena del salvataggio dominava le narrazioni sul Mediterraneo delle migrazioni, la guerra (anzi, le guerre) causa delle fughe in massa dalla Siria, dalla Nigeria, dalla Libia e dall’Eritrea è (ri)diventato paradigma della gestione delle migrazioni. Una politica del salvataggio e un governo tramite la guerra che entrambe escludono fin dall’inizio la libertà di movimento per quelle persone oggetto di operazioni militari-umanitarie: soggetti che per cercare un luogo sicuro in cui stare, si presuppone mettano a rischio la propria vita e si trasformino in “naufraghi da salvare”.

La produzione della scena del salvataggio:

Da ormai quindici anni i riflettori puntati sull’isola di Lampedusa e sul canale di Sicilia si accendono e si spengono a ritmi alternanti, veicolando l’immagine dell’invasione dell’isola da parte dei migranti, fino a invocare uno “tsunami umano” come definito dall’allora ministro Maroni nel 2011, o sottraendo dai possibili sguardi respingimenti e deportazioni effettuate dalle autorità italiane. Tuttavia, questa stessa visiblità a intermittenza ha cambiato di segno con l’avvio dell’operazione “militare-umanitaria” Mare Nostrum quando lo “spettacolo del confine” si è spostato sulla scena del salvataggio delle vite in mare. Improvvisamente a essere sotto i riflettori sono diventati gli attori militari dell’umanitario, ovvero gli equipaggi delle imbarcazioni della Marina Militare incaricati dall’allora governo Letta di trarre in salvo, spingendosi fino in prossimità delle acque libiche, le persone in fuga dalle guerre che ancora oggi proseguono sulla sponda est e sulla sponda sud del Mediterraneo. E tuttavia anche quando Mare Nostrum era a pieno regime alcuni tra noi, che come tutti venivamo aggiornati quotidianamente dal bollettino della Marina sul numero di migranti salvati, hanno cominciato a interrogarsi su cosa accadesse oltre la scena del salvataggio, oltre lo spazio del mare. Questo “oltre il mare” si presentava però prima di tutto in termini di politiche di accoglienza sul territorio, una volta dunque che i migranti venivano fatti sbarcare nei porti siciliani. Cosa accade dopo ? Identificazioni forzate, fughe dai centri; l’Italia che lascia tacitamente passare i siriani verso nord, l’Italia che a un certo punto, nel settembre del 2014, decide che non può piú far passare i siriani verso nord come prima; le stazioni di Catania, Roma e Milano, solo per citarne alcune, che diventano luoghi di ri-partenza per molte delle persone arrivate con Mare Nostrum che preferiscono non risultare “richiedenti asilo” in italia e dunque non lasciare le impronte. Su questo, sullo spazio del “dopo” rispetto alla scena del salvataggio si potrebbe certamente soffermarsi a lungo; ma viste le continue interruzioni di confine verificatesi in pochi mesi nelle forme militari-umanitarie di “presa” sulle vite dei migranti e delle migranti, è invece importante ricordare che già nell’inverno dello scorso anno al bollettino dei salvati da Mare Nostrum ha cominciato ad affiancarsi quello dei sommersi: nuovi naufragi e ancora morti, anche se alcuni rimasti non-registrati dalle autorità italiane e raccontati dai conoscenti delle vittime che, come alcuni dei rifugiati di Choucha, si trovano in Tunisia.

Ma soprattutto è stato il “passaggio” da Mare Nostrum a Triton a produrre una serie di ulteriori spostamenti di confine nella scena del salvataggio. Di fatti, come noto, l’operazione Triton coordinata dall’agenzia europea Frontex è stata subito oggetto di critiche per il suo “ritrarsi” fino a 30 miglia nautiche dalle coste e per l’obiettivo dichiarato di controllare i confini europei, mentre le operazioni di salvataggio sarebbero soltanto un’attività a latere. Da qui il susseguirsi di posizioni e dibattiti tra chi invoca una nuova Mare Nostrum, o meglio un’europeizzazione di Mare Nostrum stesso, a chi invece difende l’operazione Frontex fino a chi ritiene quest’ultima ancora un incentivo troppo attraente per i migranti per partire verso l’Europa. L’umanitario si ritrasforma in poliziesco: così viene spesso letta l’ennesima mutazione dei meccanismi di confinamento e di gestione delle vite di coloro che per cercare uno spazio sicuro in cui stare non possono che farsi naufraghi e chiedere di essere salvati. Tuttavia, contro questa lettura, che contrappone un umanitario da reinventare a fronte della recente riproposizione di politiche di confinamento, credo si possa effettuare un duplice dislocamento.

Mare Nostrum e Triton oltre il mare: la costruzione di nuovi spazi di confinamento

Il primo di questi consiste nel rilanciare la questione su “l’oltre il mare” facendolo però in una diversa direzione rispetto al “dopo lo sbarco” su cui ci eravamo interrogati fino a pochi mesi fa: ovvero, cosa accade prima, a coloro che non arrivano a essere visibili nella scena del salvataggio? Che cosa accade nei luoghi di partenza e negli spazi di transito ai confini dell’Europa, dove l’Europa prova a far agire paesi terzi tramite le politiche di vicinato per costruire una pre-frontiera mobile? In fondo il ritrarsi di Triton entro le trenta miglia deve farci interrogare su quella che si sta delineando sempre piú come la strategia del non lasciar partire che l’Europa sta cercando di costruire rilanciando insieme una doppia esternalizzazione: l’umanitario a distanza (già sperimentato con il supporto finanziario nei Paesi confinanti con la Siria) e la proposta di esternalizzazione delle procedure di asilo in Tunisia, Marocco, Sudan e Niger da un lato3; e dall’altro l’esternalizzazione dei controlli di confine in realtà ormai ben collaudati da anni e rilanciato dal processo di Karthoum prevedendo anche “la necessaria collaborazione con regimi dittatoriali per combattere ii trafficanti”4. Una serie di spazi di confinamento umanitari che il documento fuoriuscito dal meeting europeo del 12 marzo scorso immaginava a partire dal coinvolgimento della Tunisia e dell’Egitto5 nelle operazioni di “search and rescue” e nella gestione dei migranti salvati sotto la guida di Iom e di Unhcr. Queste due tattiche tese a far lavorare le politiche di contenimento europee fuori dai confini stessi dell’Europa e, al contempo, ad assicurarsi un disciplinamento in chiave europea dei “neighborhood countries” non andrebbero tuttavia inseguite piú a lungo nel nostro percorso di analisi; di fatti, in tal modo si finirebbe per corroborare le fantasie governamentali senza tener conto di ciò che accade, tra un consiglio europeo e un altro, negli spazi di attraversamento ai confini dell’Europa.

Tunisi, Novembre 2014: da alcune telefonate provenienti da rifugiati imprigionati nel centro di detenzione per stranieri di Al Wardia, a Tunisi, si comincia a ricostruire pian piano il quadro della “nuova” gestione dei richiedenti asilo e rifugiati in Tunisia: alcuni, tra i rifugiati del campo di Choucha ormai chiuso e anche tra i neo-arrivati, dalla Libia e dall’Algeria, sono stati incarcerati, tra di loro vi sono anche famiglie di siriani. Difficile dire quanti con precisione perchè da Wardia vengono in fretta fatti partire; il dove e come dipende dalla loro disponibilità economica: chi ha la possibilità di acquistare un biglietto aereo viene rimpatriato, o nel caso dei siriani mandato in Turchia; gli altri vengono lasciati dalla polizia tunisina al confine con l’Algeria, nella zona desertica tra la città algerina di Tebessa e quella tunisina di Kasserine. Tra le persone finite in prigione anche alcuni “rescapés de la mer”, migranti soccorsi o intercettati in mare dalla Garde Nationale tunisina mentre tentavano di arrivare in Italia, e poi messi a Al Wardia, illegalizzando i rifugiati che avevano ottenuto l’asilo in Tunisia o altrove.

Intercettare, salvare, mollare sul territorio o sospendere le vite nello spazio di un campo: le modulazioni del governo delle migrazioni sono fatte di confini estremamente versatili e in cui l’umanitario stesso, tra le forme principali di attuazione di questo governo dei movimenti, si combina e si ibrida facilmente con molte altre modalità di gestione e confinamento. Per questo, e qui mi collego al secondo dei dislocamenti a cui facevo riferimento sopra, un primo gesto essenziale consiste nel non guardare all’umanitario come l’altro polo delle politiche di confinamento e di controllo. Secondo dislocamento, dunque: assumere l’umanitario come una tecnologia politica di presa sulle vite e pertanto come uno tra i meccanismi di cattura che si presuppongono e producono la sostanziale non-libertà di alcune persone rispetto alla possiblità di muoversi senza trasformarsi in vite naufraghe da salvare.

Al contrario, l’umanitario come discorso e come tecnologia politica di intervento ha prodotto una saturazione dello spazio politico e dei confini delle azioni effettuate o immaginate a fronte delle continue morti in mare e contro gli effetti di confine prodotti dalle politiche migratorie. Salvare vite in mare – ciò che potremmo definire una politica del salvataggio, non come salvezza ma nel senso tecnico inglese di “rescue”, una “rescue-politics”- è diventato l’ (unico) orizzonte entro cui le recenti campagne e reti emergenti si sono situate. Una ricca coppia maltese lancia nell’autunno del 2014 il Migrant Offshore Aid Station (Moas) come operazione privata e finanziata anche con crow-funding per “supportare imbarcazioni in bisogno di assistenza, coordinando i suoi sforzi con altre autorità di search and rescue nel Mediterraneo”. Equipaggiata con imbarcazioni e perfino con droni, il MOAS è cominciato come missione alternativa alle operazioni di salvataggio effettuate dagli stati per poi funzionare come raccordo tra questi6. Su toni decisamente diversi ma ancora sul medesimo sfondo della rescue-politics, la rete dell’Alarm Phone lanciata da un gruppo di attivisti di varie nazionalità, garantisce un numero telefonico sempre attivo a cui i migranti in difficoltà nel mar Mediterraneo possono chiamare in modo che le autorità di competenza siano sollecitate dali attivisti ad intervenire, secondo una logica del “controllare i controllori”7. Infine, dopo l’avvio di Triton, non pochi sono coloro che si sono spesi per promuovere appelli che chiedono un “sistema europeo di salvataggio”8. In fondo sembra difficile di fronte alle continue morti in mare riuscire a sottrarsi all’orizzonte dell’umanitario; o se non altro a dire “no”, a opporsi alle campagne, istituzionali e non, che in suo nome provano a fermare quello che troppo spesso viene appellato con il termine di “tragedia”, omettendo in tal modo dall’analisi ciò che quelle morti produce, ovvero il regime delle politiche migratorie. Difficile dunque riuscire a formulare un discorso ma soprattutto una pratica alternativa alle politiche di salvataggio in tutte le loro declinazioni, militari, poliziesche o “dal basso”. Per questo di fronte a uno spazio politico centrato attorno al non lasciar morire, si può provare a fragilizzare quell’immagine di vite naufraghe che il discorso dell’umanitario assume come punto indiscusso di partenza; e indicare invece nelle pratiche di libertà di alcune persone divenute migranti ciò che viene fin dall’inizio non contemplato e concretamente limitato, contenuto dalle politiche migratorie, siano esse umanitarie o poliziesche. Di fronte al ritrarsi del confine umanitario e all’eccezionalizzazione di alcune pratiche di movimento che questo produce, anzichè inneggiare a un’ europeizzazione dei salvataggi non possiamo che ripartire con la consapevolezza di avere a che fare per l’appunto con dei confini e con i loro spostamenti, per quanto umanitari questi siano. Confini in quanto incanalano, selezionano e rendono naufraghe le vite di alcune persone, ben prima che queste arrivino all’interno della scena del saltavaggio. Ripartire dunque da “oltre il mare” e dagli “spostamenti” che stanno avvenendo ai confini dell’Europa per non riprodurre una umanitarizzazione delle vite.

1 https://wikileaks.org/eu-military-refugees/

2 http://www.marina.difesa.it/EN/operations/Pagine/MareNostrum.aspx

3 http://www.statewatch.org/news/2015/mar/eu-med-plan.htm

4 http://www.euractiv.com/sections/justice-home-affairs/avramopoulos-we-cooperate-dictatorial-regimes-fight-migration-312647

5 http://www.statewatch.org/news/2015/mar/italian%20med.pdf

6 http://www.moas.eu/9/28/Our-Mission

7 http://www.watchthemed.net/index.php/page/index/12

8 http://www.proasyl.de/en/news/news-english/news/for_a_european_system_of_rescue_at_sea/

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