Il nostro nome, il nostro progetto

Tutmonda è una parola della lingua esperanto. Abbiamo scelto questa lingua perché, come si legge nel sito “esperanto Italia”

“Nato da un ideale di pace, collaborazione e intercomprensione tra gli uomini, l’esperanto si pone al di sopra di ogni differenza etnica, politica, religiosa, e – proprio perché lingua propria di nessuna nazione e insieme accessibile a tutti su una base di uguaglianza – tutela contro il predominio culturale ed economico dei più forti e contro i rischi di una visione monoculturale del mondo”.

Tutmonda significa “in tutto il mondo”, “che coinvolge tutta la terra”, “non limitato per prospettiva o portata”. Un’idea di globalità, quindi, di “globale”, ripulita dall’accezione della globalizzazione economica corrente prodotta dagli Stati e dei poteri che da tale globalizzazione traggono profitto, e ancorata invece alla realtà dei territori e delle loro interconnessioni. Quale parola migliore di questa, allora, per descrivere la portata e al contempo la prospettiva da cui guardare al fenomeno delle migrazioni contemporanee: un fenomeno che interessa i paesi di partenza e quelli di arrivo delle persone in movimento, ma le cui cause profonde sono comprensibili solo se si prende in considerazione la complessità che oggi tiene insieme il pianeta che abitiamo.

Un pianeta segnato dall’acuirsi delle ingiustizie ma anche dalla loro riconfigurazione geografica e sociale, dal diffondersi di conflitti asimmetrici inediti, o dal riaccendersi in forma nuova di guerre che hanno origini lontane; un pianeta straziato da fenomeni climatici che devastano interi paesi, da povertà e malattie che si alimentano a vicenda. E tutti questi fenomeni hanno precise ragioni economiche e politiche all’interno di un gioco di equilibri di forza che vede la scomposizione prismatica delle linee del potere, e l’intrecciarsi di interessi a volte contrapposti, ma capaci di rinegoziare costantemente tra loro nuove forme di dominio concertato, riassorbendo anche gli effetti imprevisti degli scontri e delle intese che di volta in volta si susseguono.

Nel rapido cambiamento degli equilibri economici e geopolitici globali, quel che non cambia, se non nelle proporzioni sempre più abnormi, è l’abbattersi violentissimo delle loro conseguenze sulle popolazioni più inermi.

In questo contesto, le migrazioni sono conseguenza ed effetto collaterale, resistenza e resilienza di milioni di donne e uomini che si spostano, come sempre è avvenuto dall’inizio della storia umana, per cercare la vita e sfuggire alla morte, per incedere, nonostante tutto, verso un’idea di futuro più o meno prossimo o distante, più o meno immaginato o solo inseguito per istinto.

Il progetto che proponiamo e per il quale abbiamo scelto il nome di Tutmonda guarda al mondo dal punto di vista delle migrazioni, muovendo da uno sguardo geograficamente limitato, quello che si getta sul Mediterraneo. Ma questo mare è oggi più di ogni altro il luogo in cui convergono esplicitamente le tensioni che attraversano il globo, lo spazio che più di ogni altro è terreno concreto e al contempo simbolico della ridefinizione degli equilibri globali. Religioni e guerre, frontiere e canali economici e finanziari, dittature e democrazie che le legittimano: ogni cosa si affaccia sul Mare di mezzo e ogni cosa diviene visibile, evidente, proprio nel Mare di mezzo, quando centinaia di migliaia di esseri umani lo attraversano rischiando la vita, perché le politiche che ne governano la mobilità hanno deciso che non ci sia altro modo per loro.

Tutmonda è al momento un blog indipendente, ma ha come obiettivo quello di diventare un sito di approfondimento e riflessione, di denuncia e condivisione di campagne politiche che riguardano tutti questi temi a partire da un approccio non ideologico né semplificatorio della realtà che li determina.

Non ideologico, certo, ma sempre di parte.

Scriviamo dalla parte di chi mette a rischio la propria vita per salvarla o renderla migliore, e mai dalla parte di chi la vita degli altri mette costantemente in pericolo attraverso politiche migratorie che alimentano soltanto la clandestinità e il traffico degli esseri umani.

Scriviamo dalla parte di chi combatte ogni giorno contro i razzismi e le discriminazioni, e mai dalla parte di chi razzismi e discriminazioni li usa come strumento di demagogia e istigazione all’odio.

Convinti che il sistema delle frontiere asimmetriche la cui funzione cambia a seconda che chi le attraversi possegga o meno una determinata cittadinanza, vada radicalmente modificato perché è parte integrante delle guerre e delle ingiustizie che affliggono il mondo.

Le persone che hanno scelto di dare vita a Tutmonda lavorano in questa direzione, da anni, come attivisti e ricercatori. Lo facevano anche quando il tema delle migrazioni sembrava qualcosa di residuale e non era ancora diventato, o almeno non era ancora considerato, come la cartina di tornasole delle nostre società e dei nostri territori, ma anche dell’Europa come realtà politica in divenire, o del Mediterraneo come spazio di conflitto e negoziazione del mondo che sarà.

Abbiamo ideato e partecipato in prima linea al processo di elaborazione della Carta di Lampedusa La Carta di Lampedusa proprio in quel momento in cui stava cambiando tutto, dopo la morte di 366 persone che per un attimo aveva incrinato retoriche e politiche correnti.

Oggi più che mai sentiamo quindi l’urgenza di continuare ad analizzare, a denunciare, a prendere parola sperando che altri leggendoci lo facciano a loro volta.

Non troverete in Tutmonda un progetto definito fin dal suo inizio, ma un luogo in costruzione, aperto a sollecitazioni e a sinergie da parte di chiunque avrà voglia di offrirle.

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